Alta fedeltà

"Così nel mio parlar vogli'esser aspro" (Dante, Rime) – La blog-zine di Stefano Tesi

Sette domandine sconnesse. Sul calcio-scommesse…

Mentre l’Italia affronta un terremoto vero, nel calcio si allargano le solite crepe. Ecco sette-domande-sette, ma non retoriche, in attesa di una risposta sensata.

In una giornata tellurica come questa, perfino lo squallore del calcioscommesse aiuta a dimenticare il resto.
E allora facciamoci una serie di domande.
Uno: concordare un certo risultato per avere un vantaggio sportivo, ad esempio un pareggio che in classifica giova ad ambodue le squadre, è la stessa cosa che concordare il pari perché qualcuno (giocatori, dirigenti, mariuoli, “zingari”) ha scommesso su questo risultato?
Sono gradite le risposte, se possibile politicamente scorrette.
Due: “risparmiarsi”, cioè non infierire o non impegnarsi, magari senza dichiararlo esplicitamente né tantomeno dirlo in anticipo all’avversario, è un illecito sportivo? Se no, cos’è? Se sì, in che senso?
Tre: di conseguenza, il campione o la squadra che, in vista di impegni futuri o della finale, si limita a fare il minimo indispensabile per ottenere la qualificazione senza correre rischi di infortuni e di spreco di energie, viola le regole dello sport?
Quattro: nello sport si può parlare di tacito consenso tra contendenti? O ciò è una contraddizione in termini, quando appunto si parla di sport?
Cinque: in una competizione sportiva, lo scarso impegno, ovvero la negligenza, è da assimilarsi al dolo?
Sei: tutti i casi di cui sopra, se conosciuiti o sospettati, vanno denunciati? La loro mancata denuncia, cioè, integra sempre la fattispecie dell’illecito sportivo?
Sette: ha senso condannare il gioco d’azzardo, quando questo è un’industria legalizzata che sponsorizza le stesse società sportive ed è invasivamente presente in tv e sulla rete?
Gradite risposte disinteressate e politicamente scorrette.

Posted 1 hour, 24 minutes ago at 23:55.

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A Pianosa si stava meglio quando ci stavano peggio.

L’isola, ex carcere di massima sicurezza da cui era impossibile scappare, è ora infestata dalle zecche, che mettono in fuga i turisti. Un autentico contrappasso che fa tornare la mente alle dolenti espiazioni dei Papillon nostrani. E certi ormai remoti reportage immaginari. Ad esempio il mio.

In quella redazione locale gaudentemente indolente e un po’ canagliesca (bonariamente parlando, sia chiaro), nella quale subito mi fiondai per avere notizie di prima mano, ne ridevano tutti. A denti stretti, sì. Ma di gusto, tra una sigaretta e un piatto di polpo all’elbana, quello coi pinoli. A Portoferraio di voci su ciò che accadeva e in passato era accaduto a Pianosa, isola-carcere a quei tempi, metà anni ’90, patria dell’art. 41 bis e perciò di mafiosi, criminali pericolosi e brigatisti, ne circolavano infatti a bizzeffe.
E come sempre, nelle parole ciniche dei cronisti, il dramma si mescolava spesso al senso del grottesco, il dolore della pena allo sberleffo.
Così, presto si affollarono sul mio taccuino le storie di Raoul Ghiani trasformato in tecnico tv e del giro di donnine allegre che, camuffate da addolorate mogli dei carcerati, erano invece destinate a ravvivare le giornate indubbiamente noiose delle guardie, di qualche detenuto più uguale degli altri e, chissà, magari anche del direttore. C’era poi la vicenda della barca col doppio fondo per nasconderci dentro il pesce pescato con gli esplosivi, cosa ovviamente proibitissima, e tutta una serie di altri gustosi episodi che, in una assolata giornata di giugno, mi dettero abbondante colore per tinteggiare il reportage immaginario che mi era stato richiesto. Un reportage da Pianosa, cioè. Dove mettere piede era allora praticamente impossibile, tranne che con i ceppi. E dove il Parco dell’Arcipelago Toscano era ancora ben al di là dal venire.
Naturalmente l’aneddotica era la foglia di fico per parare le sordide storie di morte e di sangue nascoste dietro il muro di cemento alto sei metri e lungo tre km fatto erigere, per separare il mondo libero dal non, dal generale Dalla Chiesa.
Da allora ho sempre seguito con simpatia le vicende di questo lembo di terra pianeggiante in mezzo al Tirreno. Talmente pianeggiante (donde il nome) da sembrare quasi un atollo. E mi sono interessato più volte alle tante ipotesi del suo riuso – così si dice – dopo lo smantellamento delle funzioni carcerarie, in un groviglio di burocrazia statale, vincoli incrociati e vorrei ma non posso: oasi ecologica, approdo per turisti vip, paradiso naturalistico, meta per cavallette in brache e ombrellone (leggi turismo di massa), fino alle più recenti, controverse velleità di ripristino, ma stavolta in chiave “sociale”, della mai dimenticata prigione.
Tutto mi è tornato in mente in questi giorni, quando ho letto sul Corriere Fiorentino (qui) un articolo dell’amico Marco Gasperetti che diceva più o meno questo: l’isola, a causa dell’abbandono e della mancata disinfestazione per scarsità di fondi, è talmente infestata dalle zecche che i (pochi, perchè contingentati) turisti devono letteralmente scapparne.
Impossibile non cogliere l’aspetto beffardo della notizia. Le suggestioni si moltiplicano. Di visitatori che fanno la coda per andare dove nessuno voleva e donde sono giocoforza costretti a fuggire. Di quando le “zecche” erano i galeotti e la loro vita si consumava lentamente tra le attività della colonia e la patina scivolosa del salmastro. O di quando lo scattare secco e metallico delle serrature, il tintinnare delle chiavi, lo sbattere dei pesanti portoni scandiva il tempo del carcere duro, in un effetto così stridente coi suoni morbidi del mare e del vento.
Ma la cosa più paradossale è quella che, già ai tempi del mio primo articolo, molti temevano. E cioè che la fine del carcere avrebbe rischiato di essere anche l’inizio della fine dell’isola, del suo vero abbandono nella classica, “necessitata” sinecura all’italiana.
Alla fine, la morale è questa: a Pianosa si stava meglio quando ci stavano peggio.

Posted 4 days, 12 hours ago at 13:00.

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Il mondo del vino dice addio all’ultimo gentleman.

E’ scomparso a 91 anni, nella sua Capezzana, Ugo Contini Bonacossi. Appena nove mesi fa avevo celebrato il suo novantesimo compleanno (qui). Manca un amico, un agricoltore appassionato e una figura centrale dell’enologia italiana dell’ultimo mezzo secolo.

Ugo Contini Bonacossi ci ha lasciato oggi.
Lo comunica la famiglia. Le esequie avranno luogo sabato 26 maggio nel cortile di Capezzana.
Sembrava uno destinato a esserci sempre per il suo stile, la sua competenza, la sua pacatezza.
Quello che pensavo di lui, del resto, l’ho già scritto per i suoi novant’anni ed è in quell’occasione che preferisco ricordarlo.
Per chi volesse partecipare al lutto, i familiari fanno sapere di preferire una donazione al FILE, Fondazione Italiana Leniterapia che opera nell’ambito delle Cure Palliative, offrendo ai malati alla fine della vita e alle loro famiglie assistenza qualificata e gratuita, medica e psicologica.
Adieu.

CC bancario CR Firenze
IBAN IT 54 K 0616002800000108641C00
C/C postale 38129615

Posted 5 days, 13 hours ago at 12:17.

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GARANTITO IGP. Bellezza inattesa nell’alessandrino.

di KYLE PHILLIPS.
Ecco la volta che Kyle vide spuntare dalla foschia l’ultimo atto di devozione del re longobardo Liutprando. La notte non era tempestosa, ma nebbiosa. Com’era lattiginosa la calce che fino al 1912 aveva nascosto gli affreschi dell’abbazia, trasformata in granaio.

Diversi anni fa sono stato invitato ad una presentazione organizzata dai Viticoltori dell’Acquese. Era autunno inoltrato e l’evento era di sera; si stavano innalzando banchi di nebbia mentre la notte scendeva, e mi stavo chiedendo chi me lo avesse fatto fare, mentre proseguivo a rilento cercando il cartello per Sezzadio.
Lo vidi, e dopo un certo tempo mi ritrovai davanti all’imponente mole di quello che era stata a un tempo una fattoria fortificata. Immaginate il mio stupore quando, uscito dalla macchina e girato l’angolo, vidi una bellissima basilica romanica!
Vuole la leggenda che Santa Giustina sia stata fondata nell’ottavo secolo da un certo Liutprando, re Longobardo devotissimo che si fermò nel luogo per un riposo pomeridiano, appendendo il reliquario con i resti di Santa Giustina che teneva sempre con se al ramo di un albero. Al risveglio vide il reliquario che fluttuava nell’aria fra i rami, e quando non riuscì a riprenderlo decise che la Santa gli stesse dicendo di volere una chiesa in quel posto. Obbedì facendo costruire una chiesa paleocristiana.
Santa Giustina divenne in seguito un importante monastero benedettino; la chiesa originale, che vanta un pavimento con eleganti mosaici simili a quelli che si trovano nelle chiese più antiche di Roma, divenne la cripta della chiesa Benedettina, una classica basilica romanica con una navata principale affiancata da due navate laterali, un transetto più alto della navata, e tre absidi.
Il monastero passò di mano più volte nel corso dei secoli, ed in seguito alla soppressione napoleonica delle ordini religiosi nel 1810 la chiesa divenne un granaio.
Fu acquistato dal senatore Angelo Frascara nel 1863, e quando questi fece togliere (nel 1912) la calce con cui le pareti erano state imbiancate nel diciassettesimo secolo, scoprì frammenti di una Annunciazione nell’abside sinistro, e un bellissimo ciclo di affreschi Cinquecenteschi raffigurante la Passione di Cristo ed il Giudizio Universale nell’abside centrale. Inoltre, scoprì decorazioni a scacchiera sulle colonne della navata con, in molti dei riquadri neri, graffiti che potrebbero addirittura essere di epoca rinascimentale.
Il senatore trasformò buona parte della fattoria in una elegante villa con ampi giardini in stile romantico. Adesso la struttura è utilizzata per riunioni, convegni, matrimoni, e altre manifestazioni. La chiesa è comunque visitabile e telefonando si possono anche visitare i giardini e gli spazi pubblici della villa.
È un posto di tanta inattesa quanto rara bellezza, e sono grato ai Viticoltori Aquesi per avermelo fatto conoscere.
Per raggiungere Santa Giustina, prendete l’Autostrada A 22 fino ad Alessandria Sud. Dopo l’uscita proseguite per Aqui Terme e Sezzadio (sulla destra); ci sono anche dei cartelli per l’Abbazia.
Ulteriori informazioni: www.villabadia.com.

Pubblicato in contemporanea su:

Posted 5 days, 16 hours ago at 08:30.

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La silenziosa lezione senese di un giornalista gentile.

In occasione della premiazione del concorso giornalistico dedicato a Roberto Romaldo, l’essenza della professione e dei suoi punti nodali: l’informazione come strumento di conoscenza e la ricerca della verità come punto di equilibrio tra sè e i fatti.

Sebbene fossero tanti tra il pubblico e tanti gli oratori chiamati a intervenire questa mattina, nel complesso senese del Santa Maria della Scala, al convegno “Giornalismo, etica e multiculturalismo: la comunicazione nell’Europa dei popoli”, organizzato dal Gruppo Stampa Autonomo di Siena (qui) per ricordare il presidente Roberto Romaldo, recentemente scomparso, la lezione migliore è venuta proprio da quest’ultimo.
Una lezione silenziosa, ma non certo muta. Pronunciata attraverso la rievocazione dei tanti che gli sono stati vicini e l’hanno conosciuto bene.
Nessuna retorica, si badi. Nessun accento lacrimevole.
E nessuna banalità, soprattutto, nonostante l’uditorio fosse in gran parte popolato da studenti medi, i più sensibili forse al fascino traditore e canagliesco della professione giornalistica. Quella professione della quale – visibilità, aggressività, vita e stile sopra le righe – Romaldo incarnava l’esatto contrario dello stereotipo.
Da più colleghi, per fortuna, è venuto ai giovani un saggio monito a non prefigurare per se stessi i destini eroici di tanti cronisti buoni per le fiction televisive, ma niente affatto per un mestiere che, in fondo, ha il solo scopo di raccontare i fatti con verità, scrupolo ed equilibrio.
Equilibrio, appunto. Capacità di conciliare le proprie idee con l’oggettivo.
Quello che, con l’umanità, era la dote migliore di Roberto Romaldo.
Una dote che gli veniva senza dubbio anche dalla fede cristiana e che egli ha saputo sempre mettere a disposizione del proprio lavoro con tatto e discrezione, senza mai brandirla, nè farne un dogma assoluto.
Il tema della discussione era particolarmente insidioso: il giornalismo come sostanziale strumento di conoscenza e, quindi, come strumento dell’abbattimento delle barriere dettate dalla diversità. Attenzione, quindi. Nulla a che vedere con la negazione delle differenze, bensì con la comprensione della loro esistenza e della necessità di una loro reciproca legittimazione.
Concetto sottile ma fondamentale, che riemerge carsicamente ogni volta che si parla di informazione.
Anche oggi, a Siena, quando il discorso è scivolato sulla libertà di stampa, il diritto di cronaca, la tutela della privacy, il rispetto della persona e delle genti, il giornalismo come “ponte” tra le culture. Per approdare infine alle questioni nodali della professione di oggi: la necessità di non confondere la libertà di stampa con quella di opinione, il ruolo a volte ambiguo della rete e dei blog, la natura a volte imbarazzante e a volte apertamente illegittima delle “notizie” anonime, il ristabilendo confine tra giornalismo e non giornalismo in una galassia che mescola spesso confusamente nozioni antitetiche come professionalità e citizen journalism, propaganda e, appunto, informazione.
Se di tutto questo Roberto Romaldo è stato sempre un interprete attento e discreto, significativa è l’affermazione del presidente dell’Assostampa Toscana, Paolo Ciampi: “Facendo circolare notizie attraverso il web ognuno di noi compie, ogni giorno, atti di giornalismo”.
Atti, appunto. Non un giornalismo a tutto tondo, che è un’arte difficile. Come lo erano la capacità di mediazione e di sintesi di Romaldo.

Posted 6 days, 1 hour ago at 23:52.

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Divino Tuscany, tutti contenti (se i conti tornano).

Si è conclusa ieri la seconda edizione della kermesse fiorentina ideata da James Suckling e destinata al “lusso” del vino. Un evento-vetrina più mondano che vinicolo, forse. Ma che evidentemente funziona, come ha detto chi c’era.

Fare i conti in tasca alla gente non è mai bello.
Ma io sono un giornalista e qualcuno il lavoro sporco lo dovrà pur sbrigare.
Così sabato pomeriggio, mentre col bicchiere in mano mi aggiravo per i sontuosi saloni della fiorentina Villa Cora, sede dell’edizione 2012 della sucklighiana Divino Tuscany, per il cosiddetto Gran Tasting, invece di pormi la rituale domanda di Bruce Chatwin “Ma io che ci faccio qui?” (visto che i vini erano tutti ottimi, ma già li conoscevo a memoria, e che non essendo stato presente non potevo commentare gli eventi mondani) ho pensato di porne io una, analoga, ai presenti: “Ma voi che ci fate qui?”.
La risposta è stata quanto mai democratica.
Nel senso che per una volta ha messo tutti sullo stesso piano: produttori e partecipanti.
Perché se i primi erano lì, evidentemente, per far assaggiare i loro vini a una cerchia di gaudenti internazionali in un’operazione – hanno giustamente specificato – più di pura immagine che strettamente commerciale, anche i secondi erano lì per fare qualcosa di uguale e contrario che si potrebbe definire, perdonate la banalità, turismo vinicolo: cioè passare qualche giornata in una delle più belle città del mondo, cenare in palazzi gentilizi con menu curati da chef famosi, sbevazzare vini blasonati in un contesto lussuoso, seppur con quel minimo di comodo sbraco, da taluni definito eclettismo stilistico, usualmente concesso alle cose che sanno di “americans”.
Il tutto a pagamento, va da sé.
Ciò che, se ci pensate, è di per sé singolare. Di solito qualcuno paga per aver l’opportunità di far degustare gratis qualcosa a qualcun altro. O paga per degustare qualcosa per la quale chi fa degustare è lì gratis.
La bontà della formula inventata dal guru del vino James Suckling per mettere a frutto la vasta rete di conoscenze su e per il vino toscano messa in piedi in anni di militanza come referente della rivista Wine Spectator sta, in fondo, qui: tutti pagano. E sono contenti di farlo.
Ecco il primo aspetto della democraticità delle risposte, sempre molto disincantate, che ho avuto alla mia domanda.
Il secondo, però, è ancora più interessante: alla fine, infatti, “esserci” è costato a produttori e partecipanti più o meno la stessa cifra.
Per i produttori, il conto è elementare: la fiche di ingresso è uguale per tutti ed è di 10mila euro. Non pochi, ma tra quelli che ho sentito nessuno mi ha detto esplicitamente che fossero troppi o che il gioco non valesse la candela. Soddisfazione generalizzata per l’effetto “vetrina” ottenuto.
Per gli utenti il calcolo è invece un po’ più complicato ed induttivo.
La quota di partecipazione alla kermesse era di 1.900 euro a persona per l’intero pacchetto. Che, mi risulta, è stato quello acquistato dal 95% dei partecipanti. Considerato il target decisamente alto (almeno in termini di reddito) dei medesimi, gli standard a cui gli stessi sono pertanto avvezzi in termini di vitto, alloggio e shopping, la durata della manifestazione e la necessità, dettata dai paesi di provenienza (Usa, ma anche Russia e Far East) di fare voli intercontinentali per raggiungere Firenze, mi pare ragionevole pensare che a ognuno essere presente a Divino Tuscany 2012 sia costato i soliti 10mila euro di cui sopra. E li hanno spesi volentieri. Almeno così dicono.
E dunque tutti vissero felici e contenti. In particolare, James Suckling.
Al quale rivolgo però un ultimo interrogativo che ho sentito ronzare, come una mosca fastidiosa, tra gli stucchi dei saloni. Gli aderenti della prima ora al suo progetto hanno dato un contributo decisivo al successo dello stesso, accollandosene anche i non bazzecolari costi e rischi legati all’incognita dell’esordio. Se ora nuovi produttori vorranno, come è probabile visto che la manifestazione funziona, salire sul carro e mettersi in vetrina per il 2013, non dovrebbero versare una quota maggiorata, per ripagare i primi dell’”avviamento” che hanno contribuito a creare?
I bicchieri hanno appena finito di tintinnare e già bisogna tornare a pensare al tintinnio dei soldi…

Posted 1 week, 1 day ago at 14:00.

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La maggior gloria è l’onore reso al nemico valoroso.

I Pittifalli Chaltrons Team hanno festeggiato ieri il trentennale della loro prima vittoria nel torneo “alla meno” più esclusivo d’Italia, la Chaltrons Cup. E hanno invitato anche tutti i vecchi (?) nemici. Noi compresi. Onore al merito di un’iniziativa indimenticabile per spirito e altamente formativa per i “nuovi”. Oltre a un pubblico grazie.

La Chaltrons Cup è, o forse dovrei dire era, qualcosa di più britannicamente selettivo di un circolo di cricket. E di quanto più toscanamente goliardico si possa immaginare.
Un torneo di calcio dove vince non chi è più bravo, ma chi è più furbo. Dove sono ammessi solo gli allievi o gli ex allievi di un antico liceo fiorentino, il Dante, nonché i riconosciuti frequentatori della piazza antistante, piazza della Vittoria. In cui i bravissimi sono costretti a giocare con gli scarponi, perché il principio sono l’equilibrio (delle forze in campo) e l’eccesso (dei trucchi, dei nomi delle squadre, delle pallonate in tribuna, della foga agonistica e a volte anche degli scontri). Il tutto pervaso da un’etica non scritta che obbliga al rispetto della comunità di appartenenza e ai valori fondanti della tradizione.
In pratica, un Palio di Siena in cui le contrade sono le squadre e in cui la Piazza del Campo sono (erano, ma spiritualmente restano anche nell’epoca dell’erba sintetica) i polverosi campi di periferia con gli spogliatoi di compensato.
In quasi mezzo secolo di vita, la Chaltrons ha dato vita a rivalità epiche.
Che nel tempo, senza mai sopirsi, si sono trasformate nella consapevolezza condivisa da tutti di aver appartenuto, e anzi di appartenere, a un cosmo irripetibile, dove le somiglianze e le valenze sono di gran lunga più grandi delle pur profonde divisioni.
Scrivo tutto questo perché voglio dare oggi pubblico riconoscimento ai “nemici” di ieri e (lo dico a loro onore) anche di oggi per un evento memorabile che si è svolto ieri sera, quando un gruppo di più o meno cinquantenni si è riunito a celebrare i trent’anni dalla prima vittoria dei Pittifalli Chaltron’s Team.
Memorabile perchè i Pittifalli hanno avuto la sensibilità di invitare alla festa non solo tutti i “loro”, il che era ovvio, ma anche gli “altri”. Quelli insomma con cui decine di volte se ne sono date di santa ragione, si sono odiati, reciprocamente dileggiati, ingannati, guardati di traverso (e con cui certamente, se si trovassero col pallone tra i piedi, lo farebbero ancora), cioè gli avversari “storici”.
Quorum ego, nos immo.
Nella giusta miscela di amarcord e di dissacrazione, tra i ciuffi dei capelli grigi e la curiosità delle nuove generazioni venute a vedere come eravamo, vecchie coppe e maglie d’epoca sulle spalle, mogli e figli (nel frattempo divenuti chaltroni anch’essi o sulla via per diventarlo), tutto si è celebrato fino a notte fonda.
Nei momenti topici delle gallerie fotografiche e nelle rievocazioni di chi non c’è più, non posso escludere che a qualcuno, sotto una spessa coltre di ironia e di nostalgia, sia scappata qualche lacrimuccia. Ma questo fa parte del gioco.
Si è trattato di uno straordinario esempio di continuità e di coesione per i quali, a nome mio e di tutti i “miei” (peraltro lì ben rappresentati), pubblicamente mi congratulo con i Pittifalli, ringraziandoli uno per uno.
Ricambio dedicando loro, con pari significato, i sensi del nostro motto: “Egli sentiva dentro di sè la giovinezza come una corda ancora capace di reggere lo sforzo” (Federigo Tozzi).
PCESVG!

PS: questo post è dedicato alla memoria di Maurizio Tortoli (1946-2012)

Posted 1 week, 2 days ago at 12:47.

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GARANTITO IGP. A volte è meglio “Senza” che “con”.

di STEFANO TESI
Intolleranze e allergie alimentari sono una delle piaghe del nostro tempo. Al malanno fisico si aggiunge spesso la beffa, con prodotti “dedicati” di rara sgradevolezza, ma che sono l’unica alternativa al nulla. E invece, un produttore di Parmigiano Reggiano…

E’ proprio vero che per capire fino in fondo certi disagi o certi malesseri bisogna provarli sulla propria pelle. O, peggio, su quella delle persone care.
Senza stare a evocare disgrazie gravissime, prendiamo piuttosto un caso molto diffuso e in continuo aumento nella società contemporanea: quello delle allergie e delle intolleranze alimentari. Un fenomeno trasversale. Dalla celiachia a tanti altri malanni meno noti, ma frequentissimi, che condizionano pesantemente la vita di chi ne soffre, imponendo disagi e privazioni spesso pesanti da sopportare.
A casa mia è successo.
Per questo, da un po’, faccio molta più attenzione di prima ai prodotti “per”: diabetici, celiaci e tanti altri di cui non conosco il nome. E non posso evitare di pensare alla modestissima piacevolezza (eufemismo) che spesso hanno i surrogati che l’industria produce per dare a chi ha certi problemi almeno la parvenza del latte, dello zucchero, della cioccolata, del pane, eccetera.
La stessa cosa è successa a Nicola Bertinelli, rampollo di una famiglia di allevatori di mucche dal 1895 e produttore di Parmigiano Reggiano in quel di Medesano (PR), a cui il destino ha riservato – ironia della sorte, davvero – un congiunto intollerante al lattosio, agli zuccheri e al glutine.
Ma siccome il Bertinelli è un tipo dinamico e perfino creativo (nel caseificio di famiglia ha creato un locale-ristorante-discoteca, la “Barlumeria”, con impianti e forme di Parmigiano in bella vista, dove fino a notte fonda, oltre ai cicchetti e agli spritz, serve snack con prodotti tipici locali e perfino bianchi bicchieri di latte), che ha fatto?
Semplice: si è inventato il formaggio senza zuccheri, lattosio e glutine.
Idea buona, senza dubbio. Forse anche commercialmente redditizia. Ma fin qui non rivoluzionaria.
Così quando a Cibus, durante la spedizione Aset della settimana scorsa, mi hanno messo in mano un tocco di questo cacio “dedicato” agli allergici e chiamato, guarda caso, “Senza”, l’ho preso con curiosità e interesse, ma senza particolare trasporto, aspettandomi il solito prodotto svuotato di tutto il “male” e quindi, fatalmente, anche del gusto. Sordo agli avvertimenti del produttore, che insisteva: “Guarda, non è buono come il Parmigiano con 36 mesi di stagionatura, però…“.
Errore da pregiudizio effettivamente clamoroso, il mio. Perchè, tornato a casa, ho aperto la vaschetta e ho intaccato il trancio. E la sorpresa è stata grande: il “Senza” è a tutti gli effetti un formaggio. Anche in bocca. Buono, anzi molto buono. Tanto che, in tutta onestà, non ti accorgeresti per nulla che è un prodotto dietetico.
Innanzitutto ha un bel profumo di latte, profondo e pieno, penetrante e intenso, asciutto però, quasi di parmigiano fresco, del quale ricorda anche la consistenza materiale. Molto compatto ed elastico al tatto, ad occhio sembra essere di una pasta fortemente omogenea che invece, al palato e alla masticazione, rivela progressivamente una piacevole microgranulosità che lo rende molto affine al più nobile parente di quanto non sembri al primo contatto.
La cosa più sorprendente, tuttavia, è il gusto. Molto sapido, con una nota di dolcezza assai equilibrata e niente affatto stucchevole, lungo e corposo, senza essere aggressivo. Di primo acchito rammenta l’emmenthal mediamente stagionato, poi assume anche in questo caso, piano piano, il sapore del parmigiano giovane, ma ha una durevolezza gustativa superiore e, in generale, una grande piacevolezza, caratteristica che lo rende gradevole non solo a chi “deve” mangiarlo per mancanza di alternative, ma a qualsiasi tipo di consumatore. La sua pasta, curiosamente a cavallo tra una morbida coesione e una (moderata) friabilità, lo rende godibile da sbocconcellare anche a tocchi e, insomma: per la prima volta mi è capitato di contendere a un allergico una porzione del prodotto a lui dedicato.
Vi pare poco? A me no.
Il “Senza”, dicono in Bertinelli, è commercializzato in confezioni sotto vuoto da 200, 300 e 500 grammi e lo si può acquistare, oltre che nei punti vendita aziendali, nei negozi di generi alimentari di tutta Italia, mentre è previsto entro un paio di settimane lo sbarco nella gdo. Sono anche in corso trattative per il rilascio al prodotto del certificato di presidio medico-farmaceutico, il che vuol dire che lo si potrà comprare anche in farmacia.
Il costo? Il prezzo consigliato ai rivenditori è di 14 euro al kg, allo spaccio dell’azienda è un po’ inferiore.
Altre info sull’azienda, la Barlumeria e le varie “bertinellate”: www.bertinelli.it.
Last but not least: “La nostra – ci tiene a specificare Luca – è un’azienda integrata verticalmente, dove tutti i prodotti dei campi, coltivati biologicamente, sono utilizzati per alimentare il bestiame che produce il latte utilizzato per fare i formaggi”.

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Posted 1 week, 5 days ago at 08:30.

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La libera professione, la fine triste della partita (iva).

Si sapeva da un pezzo, ma lo confermano anche i numeri. Come dimostrano i risultati di un interessante sondaggio condotto, via Facebook, da Ines Macchiarola per il suo gruppo “Comunicando”. In sintesi: i giornalisti freelance sono ormai roba da WWF.

Non sono un fanatico dei numeri e delle statistiche, che fatalmente tendono ad appiattire una realtà di solito assai più multiforme e composita di quanto fanno apparire. Ma i numeri non sono neppure un’opinione: nella loro staticità, qualcosa fotografano.
E spesso, anziché dimostrare, confermano quanto l’evidenza suggerisce.
Non è certo da ora, ad esempio, che su questa blog-zine e altrove si segnalano dati allarmanti, per non dire veri e propri si salvi chi può, sull’esercizio del giornalismo nella forma della libera professione. Un’attività ormai da anni in caduta libera di reddito (e quindi di libertà e pertanto di sostanza), i cui praticanti sono sempre più professionisti apparenti che reali. Giornalisti freelance di nome e di titolo, ma poco di fatto, perché non traggono da essa di che materialmente sopravvivere.
Tralasciamo per una volta le cause, comunque arcinote, che hanno condotto a questa grama situazione. E proviamo a vedere se, al di là delle petizioni di principio e delle grida di dolore, la sensazione della nave che affonda è suffragata anche dai numeri.
Così, tanto per capire l’effetto che fa.
E magari accendere il tarlo del dubbio nella mente dei tanti (ad esempio la ministressa Fornero, che vuole elevare le contribuzioni pensionistiche dei freelance per finanziare la riforma del lavoro dipendente, vedi qui) arciconvinti del fatto che, essendo i liberi professionisti, per apriorismo ideologico, dei ricchi gaudenti, essi debbano essere torchiati dal fisco.
Senza capire che non solo la categoria è stata già spremuta e quindi non ha più nulla da dare, ma anche che la sua consistenza numerica è ormai impalpabile e che un ulteriore giro di vite non farebbe che rendere più rapido il processo di estinzione, già in atto, della categoria. Se il disegno è questo, allora lo dicano e facciamola finita.
Mi viene in soccorso il sondaggio effettuato poche settimane fa, tramite il gruppo Facebook “Comunicando” da lei coordinato, dell’attivissima Ines Macchiarola, la quale mi ha gentilmente passato i dati – rigorosamente anonimi, va da sé – ricavati dall’elaborazione delle risposte a un suo questionario.
Non c’è molto bisogno di commenti. Anzi, non c’è bisogno di alcun commento oltre quello che già Ines ha fatto, rilevando che, come si evince meglio sotto, “il 78% dei giornalisti freelance (o dichiarantisi tali, ndst) è abbondantemente al di sotto della soglia di indipendenza economica ed è nella fascia d’età dai 30/40 anni in su. Chi ha da sempre esercitato la professione vivendo di questa è di fatto appena il 22% del totale. Inoltre (particolare importantissimo, ndst), il 17% dei partecipanti al sondaggio è composto da neo-autonomi in fase di start up professionale”.
Come dire che, considerato il già miserrimo 22% che “campa di giornalismo”, esiste una vasta schiera di giornalisti o quasi tali o aspiranti tali che non ha ancora superato la fase cruciale della selezione imposta dalla combinazione di condizioni di mercato, avversità personali, capacità professionali, carattere individuale, determinazione, buona e cattiva sorte, tutti fattori che incidono profondamente sullo sviluppo della carriera del libero professionista, mettendone continuamente a rischio la sopravvivenza.
Buona lettura.

Sondaggio: “In quale percentuale gli introiti professionali dei giornalisti freelance incidono sul bilancio reale di mantenimento della famiglia e quali sono le soglie di effettivo esercizio della professione? “
Di INES MACCHIAROLA.

Il sondaggio è stato lanciato l’11 aprile 2012, attraverso un evento pubblico creato su Facebook. Le interviste sono state tuttavia effettuate in privato ed in forma anonima, senza una votazione pubblica. E’ stato invitato a partecipare un totale di oltre cento iscritti al gruppo ‘Comunicando’, con il fine di ottenere un numero di risposte pari almeno alla metà degli invitati. Il risultato è stato raggiunto attraverso il contatto diretto con gli interessati.
Dal sondaggio sono emerse diverse casistiche:
1) il 38,8% dei professionisti dichiara, con la propria attività, di incidere sul bilancio familiare tra lo 0 e il 5%. Curioso che ben l’86% risulti essere single e aiutato da genitori e parenti per le spese fisse compreso di alloggio, mentre il 14% dichiara di essere coniugato e di vivere grazie al reddito del coniuge, compreso l’aiuto di genitori ormai pensionati.
2) Il 5,5% dichiara di incidere sul bilancio familiare tra il 18 e il 20%: si tratta di single che vivono di altra occupazione nel ramo della comunicazione.
3) il 17% dichiara di incidere tra il 25 e 30%: di questi, una metà è single aiutato da genitori e parenti per spese di affitto o vive con i genitori, l’altra metà è coniugato e aiutato dai rispettivi suoceri pensionati.
4) il 5,5% dichiara di contribuire nel bilancio familiare per il 50% ed è coniugato all’interno di un nucleo familiare sostenuto da due redditi.
5) il 5,5% dichiara di incidere sul bilancio familiare per il 60%. Si tratta di soggetti single mononucleo che esercitano un’attività compensativa di addetto stampa per aziende pubbliche.
6) L’11% dichiara di incidere per il 100% ed è costituito per la metà da soggetti single mononucleo e monoreddito, e per la restante metà da coniugati monoreddito.
7) il 16,6% invece rappresenta la quota di soggetti che sono giornalisti di nome con un’attività da freelance in start up ed in temporanea perdita.

Conclusione: solo l11% dei freelance vive unicamente dei proventi del proprio reddito professionale, mentre l’80% è sono abbondantemente al di sotto della soglia di indipendenza economica e con un’età tra i 30 – 40 anni in su. Chi ha da sempre esercitato la professione vivendo prevalentemente di questa è di fatto è il 22% sul totale, mentre quasi 17% è rappresentato da neo-autonomi in fase di start up e pertanto titolari di un’attività professionale non consolidata.

Posted 2 weeks ago at 21:14.

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Monitor delle mie brame, son io l’eroe del webreame!

In un libro della giovane giornalista Sara Stefanini presentato ieri a Roma, “Giornalismo partecipativo o narcisismo digitale?“, l’analisi della realtà bifronte di certa informazione di oggi, costretta tra la necessità compulsiva di sapere “tutto” (anche l’inutile) e la dilagante smania di protagonismo alimentata dal proscenio globale delle rete.

Avrei dovuto esserci anch’io, ieri a Roma, a presentare quest’interessante libello (Aracne Editore, 134 pagine, 10 euro) della collega Sara Stefanini, ma per cause assai poco 2.0 (un pedestrissimo sciopero dei mezzi pubblici capitolini) ho dovuto mio malgrado rinunciare. Cosa di cui mi scuso pubblicamente con l’autrice.
E quindi scrivo qui quello che avrei voluto dire a voce.
L’annuncio dell’uscita del volume, del resto, mi aveva già dato lo spunto alcune settimane fa per un post molto seguito e commentato (“L’egosurfing giornalistico e il paradosso del suicida“, qui) ed è da questo che voglio cominciare.
ll giornalismo partecipativo – spiegava Sara nella nota che è poi anche diventata lo strillo in quarta di copertina – dà voce a quei cittadini considerati da sempre passivi e avvolti dalla grande spirale neumanniana del silenzio. Il narcisismo digitale altro non è che l’altra faccia della medaglia. Chiamato anche egosurfing, è presente nell’Oxford English Dictionary già dal 1998 ed indica il presenzialismo su Internet. Ormai, l’informazione si costruisce insieme, nel piccolo grande villaggio globale, unito dalla Rete e diventato g-locale eliminando le distanze e dimezzando i tempi”. “Ad ogni modo – scrive invece nell’ultima pagina del libro – il giornalismo partecipativo è diventata una realtà concreta nel mondo della comunicazione e questo anche i critici più scettici devono e possono confermarlo. Insieme alla tradizionale forma di giornalismo, quello partecipativo di deve impegnare a tenere costantemente informati i cittadini evoluti in cybernauti, con la speranza che un lettore di oggi possa diventare lo scrittore di domani“.
Dico subito che dissento totalmente da alcune di queste affermazioni.
Prima di tutto non credo affatto che, gaberianamente, “democrazia è partecipazione”.
Ritengo al contrario che l’utopia di un’informazione che viene dal basso, affidata, senza i filtri professionali dettati dalla preparazione e dall’esperienza, alla gente comune, sia il miglior megafono della propaganda, cioè alla (e della) manipolazione della verità e delle notizie, che dell’informazione (e della democrazia) è l’esatto opposto.
Lo strumento, il diavoletto, anzi il demone che di tutto ciò è l’artefice è quella forma evoluta e tecnologicamente dopata di narcisismo che è appunto l’egosurfing: una sorta di delirio di onnipotenza dettato dall’illusione che, per il fatto di poter essere comunicato a tutti e in un battibaleno, il mio pensiero, il mio parere, il mio punto di vista, la mia testimonianza assumano automaticamente dignità di informazione o di rilevanza.
Perchè, diciamolo chiaro e tondo, molto di quello che pomposamente viene messo in rete e spacciato per giornalismo, anzi per citizen journalism, non è affatto giornalismo (ovvero un insieme di notizie verificate, ponderate e passate attraverso il controllo di un professionista), ma spesso è semplicemente la testimonianza di quello che IO ho visto, o mi è sembrato di vedere, o credo di aver visto, o mi hanno fatto credere di vedere o di cui ho visto una parte sola. Insomma, qualcosa in cui la componente soggettiva è preponderante. L’espressione di una sindrome, se si vuole, uguale e contraria a quella che spinge il solito tipo con la manina a mettersi alle spalle del telecronista per fare ciao alla mamma e poi godere nel rivedersi in tv.
Non credo affatto, di conseguenza, che il “giornalismo partecipativo” sia una forma “diversa” di giornalismo.
Il giornalismo, a mio parere, è uno solo. Una professione che può essere esercitata in tanti modi, incluso il ricorso alle nuove tecnologie e alla ripresa in diretta di fatti e avvenimenti, ma sempre unica. Il resto è “altro” dal giornalismo. Non so come chiamarlo e non ne do un giudizio di qualità nè di valore, di sicuro però non è giornalismo.
Vengono in soccorso della mia teoria un articolo di Mauro Covacich pubblicato oggi sul corriere.it (qui), che si intitola “Ecco perché parliamo tanto di noi. La formula di Twitter e Facebook: nel cervello si attivano le stesse aree di cibo, denaro e sesso”, e un altro uscito sul blog di Giuseppe Granieri sull’Espresso (qui), titolato ” Perché il futuro -forse- è dei giornalisti e non dei giornali”.
Una lettura convergente dei due pezzi porta già a dare una risposta plausibile al quesito posto dalla Stefanini. Un quesito al quale peraltro la collega giunge – e questa è la parte importante, per non dire preziosa, di un libro che in tal senso è una miniera di informazioni e di spunti di riflessione – attraverso un’attenta analisi del “fenomeno” web, del giornalismo on line (nato in Usa venti anni fa tondi tondi) e dei suoi sviluppi anche nei confronti dell’opinione pubblica e della nascita della cosiddetta e-democracy.
Se da un lato il febbrile interesse e la partecipazione compulsiva del pubblico al flusso ininterrotto che circola sulla rete, attraverso l’immissione di news sempre meno individuabili nelle categorie della notizia giornalistica o in quella dell’informazione personale, si spiegano non come effetto di un’accresciuta “coscienza critica” dell’utente, bensì di stimoli nervosi derivanti dall’”aumento della dopamina nelle aree mesolimbiche” del cervello, dall’altro, nel futuro del web, “…per i giornalisti si apre un nuovo modo di lavorare [...]. Sarà sempre più strategico per i giovani giornalisti - oltre a fare informazione – avere la capacità di trovare una propria voce [...], di cercare e mantenere un rapporto diretto con il proprio pubblico. E si apre una domanda che potrebbe essere interessante per la strategia futura delle testate. Se i lettori cominciano in massa a fare come faccio io, che «compro il giornalista» e non più la testata o il prodotto, che tipo di assetto possiamo immaginare tra 5 anni per l’editoria dell’informazione?“.
Conclusioni, se non ineccepibili, stimolanti e foriere, almeno per me, di ulteriori spunti di discussione.
Ma che implicano un assunto nel quale, probabilmente, sta anche una risposta assai attendibile alle domande sottese dal libro di Sara Stefanini: il giornalismo partecipativo sembra delinearsi come una sorta di medio proporzionale (di declinazione caratteriale? Di succedaneo egoistico?) tra il narcisismo digitale e il giornalismo vero e proprio. Un fenomeno interessante.
Che però rimane appunto un’altra cosa dall’informazione professionale. Quella cioè fatta non solo per mestiere, ma con l’assunzione delle responsabilità (civili, penali, etiche e deontologiche) e l’adempimento del ruolo che le sono propri.

Posted 2 weeks, 3 days ago at 19:50.

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