Alta fedeltà

"Così nel mio parlar vogli'esser aspro" (Dante, Rime) – Il blog di Stefano Tesi

L’Accademia dei Georgofili “sbarca” di nuovo in rete. Ma stavolta con un’ottica tutta “web-friendly”.

La prestigiosa istituzione fiorentina, presieduta dal prof. Franco Scaramuzzi, rinnova la sua accessibilità on line e, accanto al sito istituzionale (www.georgofili.it) ne apre un secondo (www.georgofili.info) pensato ad hoc per “rendere più immediata la comunicazione e la ricerca di notizie che interessano il mondo legato alle attività agricole”. Non possiamo che compiacercene. Sia perchè l’agricoltura ha bisogno di comunicare, sia perchè c’è lo “zampino” di persone che stimiamo.

E’ passato quasi un anno (era il 26 ottobre del 2009) da quando, nella sede de “La Nazione” di Firenze, l’Accademia dei Georgofili organizzò un convegno su “Comunicazione e agricoltura”. Un tema, anzi un problema molto sentito dagli accademici e in particolare dal presidente, il professor Franco Scaramuzzi, con il quale del resto io stesso da un lustro, o forse due, mi intrattengo a parlare dell’apparente impermeabilità del mondo dei giornali alle notizie riguardanti il settore primario.
Un’impermeabilità dolorosa, dannosa, incoercibile, ma solo per certi aspetti incomprensibile. E’ infatti tale ormai, a mio parere, lo iato che separa la società corrente dal mondo agricolo – una voragine dettata da mentalità, usi, idee del tutto diversi e a volte opposti – che l’incomunicabilità tra i due universi è divenuta inevitabile.
Una vera iattura tanto, ovviamente, per l’encomiabile attività di studio e di divulgazione svolta dall’Accademia, il cui enorme lavoro si scontra spesso con la sua scarsa “notiziabilità” e quindi la sua mancata pubblicizzazione, quanto soprattutto per l’agricoltura in generale, sempre più relegata a corpo estraneo nel flusso delle informazioni che ogni giorno giungono al cittadino.
Nemmeno a Scaramuzzi e ai colleghi sfuggiva, ovviamente, la percezione di quanto la materia, già ostica per i motivi detti, diventasse ulteriormente poco accessibile se trattata in un contesto paludato o attraverso un linguaggio accademico, ineccepibile sotto il profilo scientifico ma poco efficace sotto quello della comunicazione.
E’ per questo che, proprio oggi, i Georgofili hanno annunciato di aver messo in rete, accanto al sito istituzionale dell’Accademia (www.georgofili.it) un secondo sito (www.georgofili.info) che “si presenta come periodico di informazione accreditata su agricoltura, alimentazione e ambiente. E’ previsto l’invio di una newsletter per gli iscritti, la possibilità di commentare le notizie pubblicate (è stata attivata anche una pagina su Facebook) e di scrivere lettere all’Accademia. Come tutte le attività dei Georgofili, anche questa iniziativa non persegue alcun fine di lucro. Per la realizzazione del nuovo sito, sono stati preziosi i contributi ed i suggerimenti amichevoli di numerose persone che l’Accademia desidera ringraziare. In particolare, sono stati indispensabili tutti i partner presenti con il loro logo nella home-page: Agricultura, Agronotizie, Bollettino della Scienza, Freshplaza, Stile Naturale, Teatro Naturale”.
Un deciso passo avanti, insomma, sulla strada del riavvicinamento tra la gente e comune e il mondo agricolo. Con il valore aggiunto della grande autorevolezza, prestigio e capacità di approfondire dimostrata dall’istituzione fiorentina in tutti i campi della ruralità e dintorni.
Allo staff degli accademici e ai loro collaboratori, quindi, le mie personali felicitazioni e i migliori auguri di buon lavoro.
Il sito, va da sè, è chiaro, lineare, immediato, leggibile e costituirà probabilmente un utile strumento anche per i professionisti dell’informazione.

Posted 16 hours, 46 minutes ago at 17:18.

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Il Nero & l’Azzurro: Ibra-Milan, le relazioni pericolose e tre nodi da sciogliere.

Tre ombre per le quali, se fossi milanista (absit iniuria verbis), sarei contento ma non felicissimo dell’arrivo alla corte del Berlusca del divo svedese. Pur comprendendo che è sempre meglio lui del “colpo” Papastathopoulos…

Che Ibrahimovic sia un fenomeno, non c’è dubbio: per fisico, tecnica, opportunismo e venalità. Tutte caratteristiche che si attagliano alla perfezione all’identikit del calciatore moderno, qualunque sia il colore della maglia. Nessuna meraviglia quindi che, lasciata l’Inter per il Barcellona con l’illusione di ottenere più guadagni, più gloria e più platee, un anno dopo il nostro non abbia avuto alcuna remora nell’accasarsi al Milan. Logico anche – fa parte dei giochi e delle regole del calcio spettacolarizzato di oggi – che ora lanci proclami e pure qualche inoffensiva frecciata ai nerazzurri. Che altro potrebbe e dovrebbe fare, del resto, nel giorno del suo arrivo a Milanello?
Credo però che i problemi di Ibra siano altri del rapporto con la sua ex squadra e con i suoi ex tifosi, i quali peraltro, risultati alla mano, non è nemmeno che lo abbiano mai rimpianto troppo. Problemi che già erano emersi durante la sua stagione interista e che hanno toccato il loro apice durante l’interludio blaugrana.
Con i mezzi che ha, lo svedese è una macchina da gol. Micidiale, a volte perfino irridente nel perforare difese in affanno e avversari sotto pressione. Meno efficace tuttavia nel superare difensori ben attrezzati e psicologicamente non intimiditi. La difficoltà di Zlatan nel fare gol importanti e/o durante le partite decisive era affiorata nel corso della gestione Mancini, era poi apparsa esplicita durante quella di Mourinho e quindi divenuta imbarazzante (con ciò che ne è seguito) in quella di Guardiola. Da gigante contro Brescia e Osasuna, Ibra diventa pressoché impalpabile contro Manchester United e Inter. Capocannoniere in Italia e (quasi) in Spagna, dove lo scudetto se lo contendono due o tre squadre al massimo e le altre fanno più o meno da comparsa, mezza figura in Europa. Con la maglia nerazzurra, Ibra incolpava di tutto questo i compagni, sottintendendo che l’organico non fosse alla sua altezza. Con quello del Barcellona, in mezzo a Xavi, Messi e cammin cantando, il limite caratteriale è divenuto tuttavia più esplicito e imbarazzante. Forse il Milan e i milanisti, con la loro conclamata “vocazione europea”, dovrebbero tenerne conto.
Un limite a cui se ne aggiunge un secondo, non meno grave: Ibra è un giocatore fortissimo, ma tatticamente ingombrante. Per rendere al meglio in campo, cioè, ha bisogno da un lato della massima libertà (il “portar palla” evocato ieri dallo stesso Berlusconi) e dall’altro, e di conseguenza, di una squadra che gioca per lui, gli si dedica, lo asseconda nei movimenti e nelle intemperanze caratteriali.
Era vero che l’Inter era Ibrahimovic-dipendente: lanci lunghi e pallone a lui che (spesso, non sempre) risolveva. Ma se lo svedese non era in vena, o fuori forma, o ben marcato, o imbrigliato dal punto di vista tattico? Sbocchi zero. Un problema che Mou aveva immediatamente colto, bollandolo come insolubile, e per il quale non gli parve il vero di accettare il lucroso scambio (giustamente sobillato da Moratti) con il ben più duttile Eto’o e il “resto” di 45 milioni. Insomma il doppio del prezzo di Sneijder.
Senza contare – e qui si arriva alla terza delle incognite che, se fossi milanista (ovviamente si ragiona per assurdo), contribuirebbe ad attenuare un poco i pur condivisibili peana da cui in queste ore è travolta la tifoseria rossonera – il fattore caratteriale. Ovvero quell’indole ombrosa, individualista, venale e un po’ presuntuosa che da nessuna parte ha mai reso Ibra simpatico a compagni e colleghi e che, viceversa, gli ha sempre impedito di diventare un vero leader, un trascinatore, il mastice delle squadre in cui ha giocato.
Zlatan è un fenomenale zingaro, insomma. Ora si tratta di vedere quanto Ronaldinho, Pato, Seedorf, Pirlo e compagnia siano disposti a fare i cavalli per tirare il suo carretto.

Posted 3 days, 20 hours ago at 13:44.

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I “consigli post ferie” tra scherno e dileggio: è l’ora dei travet in canotta e ciabatte.

Finiscono com’erano cominciate: con gli inevitabili suggerimenti dei soliti esperti. Ma il bello della fine delle vacanze è scoprire che le “dritte” sciorinate adesso sono le stesse ovvietà che stampa e tv avevano propalato prima della partenza. Insomma: dopo la beffa, il danno. Con il serio di rischio di accrescere davvero il malumore di tutti.

Alzi la mano chi almeno una volta non si è irritato, o ha sbuffato, o ha dileggiato la mania tutta mediatica di dare al (presunto) vacanziere-babbeo i rituali consigli per trascorrere “meglio” le vacanze e l’estate. Un’orgia di banalità, tra le quali spiccano la molta acqua da bere (e il poco cognac durante i bagni di sole) , la molta frutta da mangiare (e, mi raccomando, niente bagnecaude e cinghiale in umido sotto l’ombrellone), il poco moto nelle ore calde (“soprattutto anziani e bambini” che invece, di solito, ingenui come sono, nel meriggio agostano sono soliti allenarsi per la maratona) e naturalmente “ abiti comodi e leggeri”. Da evitare, quindi, i colbacchi da spiaggia e i canotti termici foderati di pelo.
Ma ora le ferie sono finite, il lavoro incombe e su giornali e tg è già un’alluvione di servizi sul come superare il cosiddetto “stress da rientro”. Eh già, perché volete mettere il logorio interiore, l’ansia, il sordo e generalizzato rancore che devasta chi domani deve malauguratamente presentarsi in ufficio, orbato per sempre degli ormai inseparabili racchettoni e tamburello, orfano della lettura integrale della Gazzetta (inserzioni dei trans incluse), in crisi di astinenza dalla spalmatura quotidiana della sugna abbronzante? Dagli allora con i rassicuranti controconsigli degli esperti.
I quali esperti, però, a sorpresa che fanno? Quali utilissimi ragguagli offrono agli avidi lettori, quali astuzie, quali segreti, quali diabolici trucchi? Gli stessi dati prima delle vacanze, è ovvio.
Certo, pensateci bene: dopo un mese trascorso in panciolle, nella più adamantina e illusoriamente eterna nullafacenza, cosa di meglio, per evitare lo stress, che mantenere il più a lungo possibile la sensazione di essere ancora in ferie, in attesa che, a fine settembre, tutto cominci a tingersi di natalizio, Rinascente compresa?
E quindi (letto ieri su un quotidiano e un autorevole settimanale), aridaje: “Bere molta acqua e mangiare molta frutta”, in modo da tornare “in modo graduale” al regime alimentare invernale. Massaie, ristoratori, bar, ticket restaurant siate pertanto accorti: proponete bomboloni al posto del dessert, allegre angurie su piatti di plastica invece delle banali scodelle di pasta o panini, flebo di acqua anziché calici di vino. Inoltre: “Vestitevi comodi, casual, come foste in vacanza”. Capiufficio rassegnatevi, dunque, ad accogliere travet in ciabatte incrociate e canotta a righe, segretarie in prendisole e zoccoli (astenersi zoccole), uscieri in (falso) panama e infradito. E ancora: “Riprendere i ritmi gradualmente”. Ci mancherebbe altro! Ergo orari di lavoro ridotti, pause pranzo dilatate, ombrelloni e sdraio in cortile e nell’atrio, baristi e portieri vestiti da bagnino, lampade a raggi u.v.a. al posto delle abat jour sulle scrivanie, sciabordìo di onde come musica d’ambiente per coprire il ronzio di computer.
Durante questo lungo interludio di ambientamento, con temperature medie comprese tra i 20 e i 30° (tardive ondate di calore permettendo), l’ex vacanziere potrà cominciare ad assuefarsi all’idea dell’inverno prendendo d’assalto i negozi con le collezioni d’abbigliamento autunno-inverno 2010/11 e sottoporsi a salutari saune provando nei torridi camerini capi da spedizione antartica. Tutto, naturalmente, nell’attesa dei consigli degli esperti per la stagione fredda: “vestirsi pesante”, “evitare gli spifferi”, “accendere il riscaldamento”, “mettere la camiciola di lana” e così via.

Posted 4 days, 23 hours ago at 10:37.

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“Fifty blocks away”…50 dischi per i miei 50 anni…

Oggi è il mio compleanno. Come mezzo secolo di dischi-caposaldo della mia vita, buttati giù senza pensarci troppo. Con tante scuse agli altri cinquanta, o cento, o centocinquanta, o mille che, lì per lì, non mi sono venuti in mente. Ma che comunque sono stati il più grande regalo che abbia mai ricevuto. Non è una top fifty, ma solo una carrellata. Anzi, una provocazione a tutti gli amici e i lettori: rinfacciatemi le omissioni e chiedetemene conto. My my hey hey, rock and roll is here to stay…

1) “In the court of the Crimson King”, King Crimson. Ciò da cui tutto ebbe realmente inizio. Cominciare dall’alto è sempre bello e qui eravamo nella ionosfera.
2) “Happy trails”, Quicksilver Messenger Service. L’apice di certa illusoria California. Un inno al “tramonto caldissimo” di bertoncelliana memoria.
3) “Tommy” (ost). “Ascolta Tommy con una candela accesa e vedrai il tuo futuro”, scrive Anita al fratello William in “Quasi famosi”. Io nel ’75 vidi il film di Kubrick e la lampadina non si è più spenta.
4) “Balaklava”, Pearls Before Swine. Più che un disco, un miraggio. Tom Rapp, carriaggi erodotei, visioni oniriche, misticismo lisergico.
5) “Late for the sky”, Jackson Browne. Uscito nel ’74, comprato l’anno dopo. Il disco perfetto. Un capolavoro che significa tutto.
6) “A love supreme”, John Coltrane. Ci sono dischi che insegui per tutta la vita, perché ogni volta ne trovi un nuovo senso. Questo è uno di quelli.
7) “A cut above”, June Tabor & Martin Simpson. Sintesi mirabile tra tradizione e canzone d’autore, umida di pioggia come l’Inghilterra d’autunno, grigio come i ’70.
8) “The wild, the innocent & the E street shuffle”, Bruce Springsteen. Semplicemente il più del disco del boss, selvaggio e innocente, un ventaglio irripetibile.
9) “Bryter layter”, Nick Drake. Questo almeno è un album meraviglioso, gli altri due sono montagne aspre e difficili da scalare. If songs were lines in a conversation, the situation would be fine.
10) “Catholic boy”, Jim Carroll. L’inconsapevole punto di confluenza tra NY poetry, songwriting, rock and roll, junkies e il buio ai margini della città.
11) “Easter everywhere”, 13th Floor Elevators. Ascoltare la versione di “Baby blue” vale da solo il flash che ti regala vedere “Tommy” per la prima volta.
12) “Marjorie Razorblade”, Kevin Coyne. “Se la vita ci soddisfacesse, fare letteratura non avrebbe senso” (Flannery O’Connor).
13) “Affairs”, Elliott Murphy. Minidisco, suoni secchi, nessun fronzolo, massima tensione emotiva, profumo di vinile, tra NYC che sfuma e l’Europa che si profila.
14) “A collection”, Anne Briggs. Mai sentita una voce così. Mai sentita tanta sommessa potenza, tanto sfrontato talento, tanta esplosiva noncuranza, tanto incontenibile cuore.
15) “Nursery crime”, Genesis. Mai ridimensionare ciò che è stato grande. E questo, dopo pensosa valutazione, è il loro miglior disco. “…Why don’t you touch me? Now, now, now, now, now…”.
16) “Cruel sister”, Pentangle. Jansch & Renbourne da soli basterebbero, ma gli altri ci mettono del loro in questo capolavoro dal profumo jazzato
17) “Radio Ethiopia”, Patti Smith. Comprato in diretta, copertina nera e argento come una vecchia lastra ad albumina, “Ask the angels”, voce abrasiva e Lenny Kaye…
18) “American stars and bars”, Neil Young. Mi pare di sentire tra i capelli il vento che soffia mentre nell’aria c’è “Like a hurricane”. Quasi come “Down by the river”.
19) “Live 1969”, Velvet Underground. Non c’è più Christa Paffgen, ma la versione sussurrata di “Sweet Jane” la evoca come un fantasma. V.U. on stage, semiacustici, abbaglianti.
20) “Alive on the arrival”, Steve Forbert. Una piccola gemma ancora lontana dalle iperproduzioni e dalle sabbie mobili del music business
21) “Willie Nile”, Willie Nile. Esordio folgorante e dai sapori folkie, echi byrdsiani e retaggi dylaniani, Cbgb e Kenny’s Castaways, Alphabet city e East village.
22) “Raw & alive”, Seeds. Sky Saxon ulula (anzi, finge di ululare) sul palco, le ragazzine strillano, la chitarra sibila. Pepite e non solo…
23) “Sweet old world”, Lucinda Williams. Un’infilata irripetibile di canzoni e di ballate, Lucinda ai suoi massimi. E la più grande cover drakeiana mi ascoltata.
24) “CS&N”, CS&N. “Suite, Judy blue eyes” basterebbe da sola a farne una pietra miliare, ma poi c’è tutto il resto che brilla…can you tell me please, who won?
25) “Where’s the party?”, Psycotic Pineapple. Un gruppo di pazzi della bay area che si inoltrano a cavallo tra punk e surf, scomparsi nel nulla e riaffiorati nel web, ma tra i fumetti.
26) “Nuns”, Nuns. Il nome e Jennifer Miro, la loro bionda cantante, occhieggiano tuttoggi nella città dei canyon. Ma nulla è rimasto di quell’acerbo suono losangeleno del 1980…
27) “See how we are”, X. Roots e new wave, John Doe e Dave Alvin, un album granitico, graffito nella roccia, monumentale. Chi può, trovi sul web la versione acustica di “4th of july”.
28) “John Barleycorn must die”, Traffic. “Glad” è stata la colonna sonora di tutte le mie trasmissioni alla radio. Un disco che era avanti anni luce e che rimane tale anche oggi.
29) “Sentimental hygiene”, Warren Zevon. Lontano dagli esordi e lontano dalla fine, un album-omaggio a un grande rocker.
30) “One”, One. Comunità hippie sperdute ai margini del deserto, “viaggi” mistici mentre la stagione dei tempi, e non solo il sole, è al tramonto. Vane invocazioni al cielo che suonano come epitaffi.
31) “Who’s gonna save the world’”, Cindy Lee Berryhill. Una voce oscura dalla solare California, nel solco di Rickie Lee Jones e di Chuck E. Weiss. Semplice, spigolosa, pungente.
32) “Heart food”, Judee Sill. Una scoperta tardiva, una gemma assoluta, un gigante del songwriting disperso tra le gole della città degli angeli. So long.
33) “Live alone in America”, Graham Parker. La scarna, abrasiva testimonianza delle qualità di un grande artista,voce, chitarra e echi zulu “from nation to town”.
34) “Presence”, Led Zeppelin. Il dirigibile quasi al crepuscolo regala un capolavoro poco celebrato, scantonato, eluso, sottovalutato e per questo ancora più bello.
35) “Red, white and blues image”, Blues Image. Dal mare magnum del grande oceano musicale americano affiorano relitti e vestigia ricchi di tesori. Eccone uno.
36) “Bless the weather”, John Martyn. Il disco del trapasso tra il Martyn cantautorale e il Martyn cerebrale, ansie, ballate, visioni, abissi.
37) “One upon a time forever”, Guthrie Thomas. Autore, chitarrista, farmacista, sciamano, perfino imprenditore. Guthrie Thomas è un genio oscuro dalla voce profonda.
38) “Lorca”, Tim Buckley. L’unità di misura del mito, un disco a lungo inseguito e mai del tutto compreso, un’icona e un cenotafio.
39) “Searching for the young soul rebels”, Dexy’s Midnight Runners. Una folgore destinata a lasciare il segno, un gruppo evanescente, un leader illuminato ma difficile.
40) “Deviants”, Deviants. La suora con il lecca-lecca, il movimento underground inglese, i circuiti off, le ossessioni ideologiche e i free events di un’epoca che pare preistoria.
41) “Music for piano and drums”, Bill Buford & Patrick Moraz. Due ex Yes, due maestri dello strumento che nel momento di massimo oblio si producono in questa strabiliante incisione a quattro mani.
42) “Fotheringay I”, Fotheringay. C’è Sandy Denny e tanto basterebbe. Poi ci sono il mito, il suono vellutato del folk revival, l’impasto miracoloso di elettricità e tradizione.
43) “Pirates”, Rickie Lee Jones. La prima cantautrice che abbiamo “scoperto” in tempo reale, coltivata, studiata e amata. Come fossimo Chuck E. (Weiss).
44) “Glass houses”, Billy Joel. Una colonna sonora lunga migliaia di miglia, il suono perfetto, le melodie più belle, lo stile più classico. FM state of mind.
45) “In my tribe”, 10.000 Maniacs. Come sopra: sound intramontabile, una Natalie Merchant ai suoi massimi, una manciata di canzoni indimenticabili. “Hey, Jack Kerouac…”.
46) “Veedon fleece”, Van Morrison. Meglio di Moondance, meglio di Astral weeks. Secondo me naturalmente. Intimismo introspettivo fuori dagli schemi della critica.
47) “First songs”, Laura Nyro. Mai abbastanza rimpianta, tra il flop di Monterey e le scenografie degli Sha na na, gli echi soul, i rigurgiti d’italia, il lungo oblio punteggiato di stelle.
48) “Aftermath”, Rolling Stones. Il dibattito è aperto, ma il pur grande suono “sporco” dei ’70 non può eguagliare lo smalto conferito da Brian Jones…
49) “Desire”, Bob Dylan. Non è Blonde on blonde, ma è pieno, bello, lirico, generazionale, lungo, sofferto. Un disco fuori moda. E per questo lo amiamo.
50) “Reach up and touch the sky”, Southside Johnny & the Asbury Jukes. La celebrazione del fenomeno Asbury Park, la santificazione dello Stone Pony, la riscossa del New Jersey sound.

Posted 1 week, 1 day ago at 20:23.

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Forza rana, forza cicala, forza civetta: continuate a togliere il sonno ai turisti nevrotici che, come i politici, non sanno più qual è il “paese reale”.


Gli scienziati lo chiamano “rumore bianco”: è il suono prodotto dalla natura e dagli esseri che la popolano, come il canto dei grilli, il tubare delle tortore, il soffio del vento. Cose che una volta erano sinonimo di quiete. Che però, nel mondo “capovolto” di oggi, di “bianco” hanno mantenuto solo il colore delle notti, trascorse insonni dagli inquieti vacanzieri avvezzi ormai alle sirene e ai clacson, ma non al cinguettare dei passeri.

La notte di Ferragosto – ci racconta qui il Corriere on line di oggi – una signora inquieta ha chiamato il commissariato di Tarquinia chiedendo un pronto intervento contro la cicala che friniva sull’albero di fronte alla sua finestra, denunciandola per disturbo della quiete pubblica. Anni fa, un amico ospite mio in campagna, dopo una notte trascorsa in una di quelle umbratili, fresche, solenni camerone di una volta, tra lenzuola ruvide e profumo di spigo, a domanda se aveva dormito bene rispose un po’ seccato: “Sì, ma mi hanno svegliato gli uccellini”. Tempo dopo, una turista in vacanza nella medesima campagna senese mi confessò di aver trascorso la notte con gli occhi sbarrati, atterrita dal “rumore di giungla” che le giungeva dalle finestra aperta. Sempre dal Corriere si apprende poi che ad Alassio gli inquilini di un condominio hanno “costretto” il comune all’evacuazione forzosa di una rana, colpevole di tenerli desti con il suo gracidare.
Il florilegio dei casi grotteschi potrebbe naturalmente proseguire all’infinito, alimentato dalla sorgente inesauribile della cronaca e dell’esperienza personale.
Ma nel variegato, spesso surreale mondo dei vacanzieri, esistono anche gli episodi contrari. Quelli di coloro i quali, ad esempio, non riescono a dormire per “troppo silenzio” e che per assopirsi, invece di contare le forse troppo bucoliche pecorelle, tengono aperta la porta della cucina, da cui filtra il conciliante ronzio del frigorifero.
Una volta, per ampliare il discorso e l’aneddotica, ho invece trovato, sull’uscio dell’appartamento che gli avevo affittato, lo spazientito biglietto di un signore: “Da ieri non possiamo usare il bagno – diceva – perchè è entrata un’ape”. “Tenga duro – gli scrissi in calce – se l’invasore resiste, domani chiamo l’esercito”.
Ci sarebbe da ridere se questi aneddoti non dimostrassero il catastrofico livello di perdita di contatto della gente con il mondo “normale”. Dico normale, e non naturale, per evitare anche il briciolo di fastidiosa retorica che questo aggettivo ha finito col tempo per assumere.
Ma la deriva è pericolosa. Quanto è lontano il momento in cui i bagnanti, destati dallo sciabordare notturno delle onde, invieranno lettere di protesta al comune, alla capitaneria di porto, all’apt, al Ministero per l’ambiente o direttamente a Nettuno? Secondo me, non molto.
Far coincidere le aspettative dettate da un’immaginario popolato per lo più da arcadie pubblicitarie e la realtà di un ambiente circostante del quale si è perduta ogni percezione è diventato quasi impossibile. Si vuole il sole ma senza il caldo, la natura ma senza gli insetti, la terra ma senza sporcarsi le scarpe. I turisti, insomma, somigliano sempre più ai politici, che hanno perso di vista il cosiddetto “paese reale” e veleggiano imperterriti nei meandri del potere, inseguendo le loro fanfaluche.
Mi viene in mente l’episodio di un tipo che, prenotato un alloggio per le vacanze, si presentò con tenda canadese, fornello da campo e 50 kg di pasta. “Non si sa mai”, spiegò. Forse pensava di aver affittato una grotta.

Posted 2 weeks ago at 13:16.

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Penne (vuote) a perdere, sulla carta e sul web.


Illuminante “esplorazione” del Lsdi nella “giungla” dei servizi editoriali on line. Un mondo dove il termine “giornalista” viene furbescamente sostituito con “articolista” e dove si ragiona di “articoli” (virgolette d’obbligo) compensati 0,50 euro l’uno (50 centesimi, insomma). Ma la cosa più strabiliante è il tenore dei commenti dei visitatori del forum, rivelatore dell’esistenza dei tanti che trovano tutto ciò “normale”.

Il sottoscritto l’aveva già denunciato su questo blog (qui) da un pezzo, coinvolgendo sia il mondo della rete che della carta stampata. Ora, però, Lsdi (Libertà di stampa, diritto all’informazione), il gruppo di colleghi che indaga sui “giornalismi possibili”, ha “perlustrato” con accuratezza “la giungla della ‘compravendita di servizi editoriali’ per il web in Italia, scoprendo prima di tutto che la parola ‘giornalista’ è stata ormai sostituita da quella di ‘articolista’. Questo primo sguardo fra le pieghe dell’industria della produzione di contenuti (a parte l’ enclave delle redazioni delle testate tradizionali) dimostra chiaramente che essa si basa su un massiccio sfruttamento del lavoro di centinaia o forse migliaia di artigiani del web content, manovali dell’informazione non pagati o sottopagati, che accettano, od offrono, pacchetti di articoli nella speranza che la Rete prima o poi li compensi.
La lettura del servizio (qui) è altamente istruttiva e vi rimando ad esso per scoprirne i contenuti.
Riporto direttamente qui sotto, invece, il commento che ho postato sul forum.
Sarei curioso di conoscere, in proposito, l’opinione di colleghi e lettori.

Mah, a leggere certi commenti c’è da restare senza parole. Sembra invalsa la convinzione (in tutti, compresi molti colleghi) che per essere giornalisti basti autoproclamarsi tali e che, pertanto, per lavorare nel mercato dell’informazione basti entrare a casaccio nel medesimo e ritagliarsi uno spazio qualsivoglia.
Eh, no. C’è un ordine (lasciamone perdere le sue – e grandi – magagne interne, che però sono un’altra questione) al quale bisogna essere iscritti. E per iscriversi bisogna, in teoria, aver dimostrato l’acquisizione di una certa capacità professionale, nonchè l’accollo di precise regole e responsabilità deontologiche. No ordine? No giornalista, insomma. Ne consegue che non può essere chiamato tale, nè pagato da tale, chi non è iscritto all’OdG. Oppure apparirebbe normale se io, da un giorno all’altro, affiggessi sul portone la targhetta “medico chirurgo” e mi mettessi a curare la gente, pretendendo pure di applicare le tariffe degli iscritti all’Ordine dei Medici?
Detto questo, come ho infinite volte scritto sul mio blog: ma se uno accetta di farsi pagare 0,30 euro (o 1 euro, o 10, o 25…) a pezzo è uno sfruttato o un coglione? Secondo me un coglione. Glielo ha ordinato il dottore di fare lo (pseudo)giornalista? Non è infinitamente più decoroso, oltre che remunerativo, dare ripetizioni di italiano, fare le pulizie, scaricare la frutta a 8 euro l’ora invece che a 1 euro a pezzo? Quindi, se uno accetta certe condizioni, di che si lamenta poi? E di che ci lamentiamo noi se accettiamo di chiamare informazione una poltiglia di notizie messe insieme a caso, senza alcuna professionalità, da chi, per la sola voluttà di sentirsi chiamare e/o di spacciarsi giornalista, è masochisticamente disposto a lavorare gratis?
Finchè non usciremo da questa ipocrisia di fondo non ci sarà futuro per nessuno: nè per i giornalisti veri, nè per quelli falsi
“.

Posted 2 weeks, 2 days ago at 16:30.

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Cronache e considerazioni a mente fredda di un festival un po’ strano – e fortemente voluto – alla periferia dell’impero e del rock and roll.

Frankie Lee, Willie Nile Band, CSRF 2010. foto di Nicola Grassi.

Anche a distanza di tempo, l’organizzazione del Crete Senesi Rock Festival offre copiosi spunti di riflessione, soddisfazione e (ma sì!) arrabbiatura. Dalla delusione per le defezioni del pubblico locale alla gratificazione di un livello artistico superiore a ogni attesa. Tra i due estremi, un ventaglio di caratteri, personaggi, nuove amicizie, promettenti collaborazioni, progetti per il futuro, ostilità, preconcetti, sgambetti, incoraggiamenti e spigolature. Tutto nel nome del r’n'r.

C’è quello che, mai visto prima, si presenta a due ore dall’inizio del concerto qualificandosi “dominus” del teatro e pretende(rebbe) pagamenti e adempimenti dei quali con i suoi delegati, peraltro rinnegati tra lo sconcerto generale, neppure si è discusso, permettendosi anche di alzare la voce. Ce n’è un altro che, ritenendosi “padrone” dei toponimi, senza aver capito nulla sulla natura, le finalità e lo spirito dell’iniziativa, mi diffida da usare i medesimi toponimi per “farmi pubblicità” (pubblicità? A chi, a me stesso?) altrimenti “mi fa telefonare dall’avvocato della Siae (la Siae?). Ce n’è un altro ancora che a priori ritiene si debba chiedergli il permesso (il permesso!) in quanto il nome “Crete Senesi” gli appartiene di default, come istituzione, dall’ambito della quale sarebbe pertanto vietato esondare. E, se non gli si dà retta (come non gli è stata data), si offende e mette il muso. Insomma, un manicomio.
E’ un proverbiale caleidoscopio, non di colori però, ma di caratteri (eufemismo) quello a cui ti esponi quando, senza esperienza nè malizia (e anzi convinto di fare il bene della comunità in cui vivi), ti metti in testa di organizzare un evento culturale “di nicchia” – qual è il Crete Senesi Rock Festival – in luoghi e contesti meno prevedibili del solito, senza ricorrere a macchinazioni, “spinte”, sponsor politici. E alla fine scopri che tra tanti doppi fini, diffidenza, pregiudizio, disinformazione e miopia, i più “normali” sono proprio i musicisti, anzi i “rocchettari” come qualche sprovveduto li ha definiti credendo di offerderli/ci: dei quali, oltre al talento e lo spessore umano, finisci per apprezzare anche l’imprevista pacatezza, la professionalità, la pazienza, la disponibilità, la gentilezza.
E alla fine è proprio questo che non ti fa passare la voglia di riprovarci e, anzi, ti spinge a pensare subito alla prossima edizione, senza troppo soffermarsi sulle fatiche, l’enorme impiego di tempo, la perdita secca di soldi, le enormi difficoltà logistiche e organizzative.
E poi ci sono i messaggi di congratulazioni e di incoraggiamento. Tanti. Da ogni parte d’Italia. Di gente che non è potuta venire e se ne rammarica, o che è venuta e che tornerà. Persone che scrivono da fuori provincia e fuori regione, spesso da molto luoghi lontani. Segno di come il filo invisibile della musica riesca a mettere in contatto le persone più impensabili ma, a volte, fallisca invece come naturale strumento aggregatore di chi non avrebbe bisogno di coprire tante distanze, perchè ha tutto in casa, a due passi. Misteri della fede.
Ora, nel grande limbo che intercorre tra il festival appena concluso e quello che (si spera) verrà, tutto pare fermo, immobile, cristallizzato. In equilibrio perfetto tra oggi e domani. Non si è ancora spenta l’eco e l’emozione della prima edizione, vanno vagliate le foto, messe a punto le registrazioni, confezionata la (monumentale) rassegna stampa, tirare le somme definitive. Economiche e non. Eppure la mente già corre, vagheggia, immagina, ipotizza, pianifica. E’ il bello di ciò che non mi piace definire dilettantismo, perchè sotto il profilo formale e dei contenuti artistici il Crete Senesi Rock Festival è stato altamente professionale, ma che preferisco chiamare spontaneità. O, se vogliamo, mancanza del fine di lucro (con buona pace di certe maligne insinuazioni).
Con un confortante corollario di nuovi amici che hanno riversato nell’evento lo stesso entusiasmo, dedizione interesse e passione di noi ideatori. Anche a loro va il mio ringraziamento, perchè dà al tutto il sapore dell’avventura appena cominciata.

Posted 2 weeks, 3 days ago at 17:23.

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Domani è di nuovo Palio. Le polemiche balneari di Brambilla&Cenni scivolano via. Sul tufo torna la “guerra lampo”: 75 secondi di pura catarsi. Covata un anno, coltivata per la vita, tramandata per sempre.


E’ il momento del Palio dell’Assunta. In un colpo, le patetiche polemiche da ombrellone (qui) vengono spazzate via e a fare pulizia torna, come un’onda anomala, la potenza della passione contradaiola. Ci sono mille cose da capire (qui) e da spiegare (qui), ma al di sopra di tutto resta questa metafora guerresca che si combatte in un minuto, si organizza in quattro giorni e si aspetta tutto l’anno. Perchè la carriera non è sport nè folklore, non ci sono fair play nè (per fortuna!) regole politicamente corrette, solo la ferocia della competizione e dell’orgoglio contenuta nel solco delle norme tracciate dalla tradizione e, con essa, evolutasi.

C’è qualcosa di stranamente, irresistibilmente futurista nel Palio di Siena e nella senesità. Forse la sensazione di essere comunque all’avanguardia, nonostante la consapevolezza della profondità abissale e insdradicabile delle proprie radici. Forse il nemmeno troppo sommesso, insopprimibile senso del dileggio verso oppositori e critici, sintomo di sicurezza in sè e, al tempo stesso, di silenziosa ricettività alle ragioni del mondo esterno. Molteplici piani di comprensione. Il Palio per i neofiti e quello per gli iniziati, la fisicità e i risvolti misterici, il senso di un’aristocrazia diffusa e di una tradizione sì popolare, ma non estensibile. Anzi. Il vanto di un medioevo paliesco che non c’è, la surroga ludica del perduto potere, la matrice borghese di una festa e di una città che, come dice qualcuno, non ha mai conosciuto realmente gli effetti della rivoluzione francese.
Ce ne sarebbe da scrivere e da elucubrare sul Palio di Siena.
Ma io non lo farò. Non per il timore di attirarmi critiche e ostilità. Nè per volontà di ricondurre la Festa senese nel riduttivo alveo delle celebrazioni giovenaliane alla panem et circenses, sebbene non siano in pochi (e con qualche ragione) a sostenere che il Palio sia l’oppio d’intrattenimento dei senesi laddove il potere del “babbo Monte” (dei Paschi) sia quello economico/finanziario. Sorvolerò su certe spericolate convergenze tra potere politico e potere contradaiolo, sul contraddittorio rapporto tra Palio e industria turistica, sulla retorica da “incarto del panforte” che ammanta buona parte della propaganda e sul “sistema” che, con la scusa paliesca, contribuisce da sempre a nutrire clientele, sottocategorie, greppie, alleanze, ipocrisie, strumentalizzazioni di ogni sorta.
Perchè il Palio è anche tutto questo ma soprattutto è oltre tutto questo. Il Palio è il Palio. La livella sotto il cui giogo ogni cosa si allinea: fato, fortuna, abilità, scaltrezza, potenza, potere, denaro, forza fisica e non, spregiudicatezza, malizia, coraggio, onore.
Non date retta alla Tv: il Palio è un’altra cosa. Molto meglio di quella che si vede sullo schermo. Anzi: una cosa diversa. Il resto sono solo chiacchiere.

Posted 2 weeks, 4 days ago at 17:00.

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Livigno/2: passi solitari e strane compagnie in Vallaccia. Periferia di Trepalle, periferia di Livigno, periferia di tutto.


Mentre, sotto il cielo plumbeo, nel fu dorato shopping mile di fondovalle si consuma stancamente il rito degli acquisti ad ogni costo, quasi per caso mi addentro nella Vallaccia, valle laterale della già periferica Trepalle, scomoda frazione livignasca. La strada diventa presto un sentiero. Una dozzina di baite tutte al di sopra della “quota del larice”, nessuna anima viva. Ad eccezione di uno strano jogger sulla sessantina, vestito di soli pantaloncini e canottiera nonostante il clima, che scompare presto all’orizzonte, verso i ghiacciai, diretto chissà dove. E dà la sensazione di non tornare più.

Se è vero che, come si usa dire, in montagna l’atmosfera autunnale è malinconica, allora quella che spesso si respira a Livigno ad agosto inoltrato, quando l’estate sembra ciò che resta di un ghiacciaio eroso dal riscaldamento globale, oppure un esercito in ritirata che si lascia alle spalle sparute colonne di feriti e di mezzi cigolanti, è letteralmente livida. Non ci fosse il fruscio incessante e un po’ fastidioso delle auto dei gitanti, che senza requie fanno il pendolo tra l’Italia è quest’enclave extradoganale con il miraggio degli acquisti di giornata, nei giorni di pioggia il paese acquisirebbe presto le sembianze – ora indolenti e ora grigie – delle località turistiche a fine stagione.
Ma Livigno, l’abbiamo già scritto, non è un paese normale.
Non lo è per via dell’altitudine, che ti proietta subito talmente in quota da toglierti, se non ci fai attenzione, anche la soddisfazione di contemplare, via via che sali, i mutamenti della flora e del clima. Due passi e sei subito su, oltre la linea dei larici e ben presto oltre quella dei cespugli, dove in breve perfino il verde dei pascoli si rivela per quello che è: un sottile tappeto di terra e d’erba appoggiato sulle rocce sbriciolate da millenni di gelo. E dal quale, sovente, le montagne che puntano ai tremila non fanno in tempo ad elevarsi in picchi verticali ma cabrano dolcemente, restando non di rado tondeggianti. Solo le vette più alte, violacee e punteggiate di nevai o rari ghiacciai, spuntano crudamente dalla brughiera, quasi squarciandola, come i molari o i canini da un’enorme gengiva di pietra.
Vista la conformazione del paese, anche per i più refrattari allo struscio a Livigno non è facile sottrarsi al rito un po’ tedioso del passeggio pomeridiano, quando il tempo scorre lento, la pigrizia incombe, la nuvolaglia bassa e qualche goccia di pioggia scoraggiano ogni velleità di escursione.
Proprio per questo l’altroieri, dopo pranzo, ho preso la macchina e sono andato a Trepalle, 2.100 metri sopra il livello del mare, la frazione che sta oltre il Passo d’Eira, tra il capoluogo e la barriera doganale del Foscagno. E’ la sede parrocchiale più alta d’Europa e il luogo più freddo d’Italia (il record è -46°, nell’inverno del 1956). Una volta, più che una borgata vera e propria, era una manciata di povere baite spargole, tenute insieme dalle stringenti necessità materiali e da vincoli di parentela destinati spesso a trasformarsi in una gabbia o in un inferno di faide interminabili. Oggi le case, grazie al turismo di passaggio e alla seggiovia che unisce questo versante della montagna al comprensorio sciistico livignasco, sono diventate qualcuna in più, ma la sensazione di estrema sobrietà e di lontana periferia non è certo venuta meno.
La prima domanda che qui tutti si fanno è quella sul significato del nome. Interpretazioni pecorecce a parte (le preferite dei turisti, va da sé), sembra che nessuno, neppure certi pur dottissimi e interessantissimi volumi pubblicati sulla storia della valle, riesca a dare una risposta attendibile. Curioso destino, quello di Trepalle: sebbene amministrativamente sia oggi una frazione di Livigno, da sempre è considerata dai livignaschi estranea alla cultura propria della valle e meglio apparentata, parola degli stessi abitanti, a quella della Valdidentro, il lungo impluvio che, in trenta km di (una volta terribile) statale, porta fino a Bormio.

Ieri dunque, dicevo, sono andato a Trepalle. Poi sono disceso fino a dopo l’abitato e, prima che la strada ricominciasse a salire verso il passo del Foscagno, mi sono fermato all’imbocco della Vallaccia. E’ una valle remota, lunga e stretta che, partendo da quota 2.000, scorre verso sud, in parallelo a quella di Livigno. Una valle di alta montagna, insomma, che da sciatore sono abituato a contemplare d’inverno dalla sommità delle piste, coperta dal maestoso e intonso biancore delle sue nevi. Nevi vergini, rese tali dal rischio di valanghe e dall’ostinata quanto encomiabile resistenza di chi, per ora almeno, si rifiuta di consentirvi l’estensione della ski area.
Proprio dentro la valle, invece, non c’ero mai stato. Sia perché l’inverno, per le ragioni dette, l’accesso è impossibile, sia perché, d’estate, quell’imbocco improvviso, quasi nascosto dalla curva di un tunnel, è uno di quelli destinati ad essere notati solo dopo esserci passati davanti, con la testa rivolta ormai alla prosecuzione del viaggio.
Stavolta invece mi ci sono fermato apposta. Ho parcheggiato nella piccola piazzola di sosta, ovviamente deserta, e a piedi mi sono incamminato sulla stradina in lieve salita. Ben asfaltata e attrezzata, ho subito pensato tra me, ottima per le escursioni. E già prevedevo di incontrare nordic walkers e mountain bikers. Ma mi sbagliavo. Perché dietro la prima curva è cominciato un altro mondo. Continue Reading…

Posted 2 weeks, 5 days ago at 21:06.

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Livigno/1: le faticose vacanze e gli illusori contrabbandi dei forzati dello zucchero.



Un italiano consuma in media 15 kg di zucchero all’anno. Che, al prezzo di 0,9 euro al kg, fanno 13,5 euro. Un’inezia. Eppure non passa giorno che nella (già) remota area extradoganale di Livigno, in Valtellina, frotte di turisti mordi e fuggi arrivino al mattino per acquistare pacchi da 12 kg di zucchero a 0,6 euro al kg. Dopodichè risalgono in auto e si sciroppano centinaia km fino a casa, convinti di aver “risparmiato”. Fenomenologia alpina dello shopping compulsivo e della sindrome da centro commerciale vacanziero.

Vabbè che a Livigno, già remota località turistica in area extradoganale dell’alta Valtellina, la benzina costa la metà e quindi il lungo viaggio per raggiungerla si ammortizza da solo, facendo il pieno prima di ripartire. E vabbene che si risparmia l’iva su tutte le merci, abbigliamento compreso (ammesso che poi, alla fine, il prezzo sia davvero inferiore a quello che, in città, si paga in certe grandi catene commerciali). Ma a tutto dovrebbe esserci un limite, consumismo compreso. Un limite che invece, in questo “piccolo Tibet” una volta famoso per restare isolato dalle nevi sette mesi all’anno, pare dissolversi esattamente come l’ossigeno dei suoi oltre 1800 metri di quota. Per trasformarsi in una generalizzata, irrazionale euforia da shopping compulsivo.
Un tempo, almeno su certe merci, qui il risparmio era reale. E a questa già seducente motivazione si univa la prospettiva di una doppia, irresistibile libidine: da un lato, quella di poter acquistare a prezzi davvero convenienti prodotti altrimenti carissimi e spesso introvabili in Italia; e, dall’altro, quella di avere l’opportunità, grazie alla necessità di importarli, di beffare una tantum la dogana. Insomma, venire a fare acquisti a Livigno era non solo un modo per risparmiare, ma anche per sentirsi e dimostrare a se stessi di essere “furbi” al cospetto della rapacità del fisco. E tanto bastava a giustificare i disagi di una trasferta massacrante e ricca di insidie, tra strade ghiacciate, motori che gelavano, valanghe che cadevano, pacchetti di sigarette nascosti nelle tasche di noi bambini, bottiglie di whishy occultate dietro la ruota di scorta, eteree bugie sulla quantità e il valore della merce dichiarata in frontiera.
Poi, anche a Livigno, i tempi sono cambiati. Le strade sono state allargate e protette con gallerie, quindi niente più blocchi da slavina, catene in bagagliaio e gomme chiodate. Arrivare non è più un’avventura, solo un comodo viaggio da andata e ritorno in giornata. Con il turismo di massa, addio anche alle raffinate sigarette straniere, ai profumi d’elite, alla cioccolata da intenditori, ai distillati da gourmet, all’elettronica d’importazione, ad accendini ed orologi da collezione. Piano piano il lungo paese (18 km di case di legno messe quasi in fila per evitare il propagarsi degli incendi), noto anche per essere il comune più freddo d’Italia (viste con i miei occhi punte di -40°) e il più alto d’Europa con i suoi 1816 sul livello del mare (nonché con la parrocchia più alta del continente, quella della frazione di Trepalle a 2.100 metri: tanto fredda e isolata che ci mandarono al confino Giovannino Guareschi), si è trasformato vent’anni fa in una sorta di mega centro commerciale all’aperto con centinaia di negozi tutti uguali che vendono tutti gli stessi prodotti agli stessi prezzi, semideserto di notte ma perennemente intasato di giorno di auto incolonnate, preso d’assalto dai pendolari dello shopping.
Ma proprio qui arriva il bello. Perché, accecati dall’ansia tutta contraddittoria di lucrare il più possibile sul massimo del superfluo, su quale merce i forzati dell’extradoganale hanno inspiegabilmente concentrato le loro rapaci attenzioni? Sullo zucchero. Avete letto bene, sullo zucchero: quello bianco, Continue Reading…

Posted 3 weeks, 3 days ago at 18:09.

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