Alta fedeltà

"Così nel mio parlar vogli'esser aspro" (Dante, Rime) – La blog-zine di Stefano Tesi

GARANTITO IGP. Com’è bella l’autarchia (in cucina).

di LUCIANO PIGNATARO.
Il ristorante Megaron di Paternopoli (AV) è il simbolo della parabola che ha condotto certa ristorazione irpina dai banchetti alla cucina gourmet. Con l’aggiunta che qui quasi tutto è prodotto in proprio: dal pane alla frutta.

L’areale del Taurasi non ha molte scelte gastronomiche anche se qualcosa finalmentesi sta muovendo. Bisogna spingersi a Nusco da Antonio Pisaniello della Locanda di Bu, ad Ariano Irpino alla Pignata o a Vallesaccarda dai fratelli Fischetti dell’Oasis.
A dieci minuti troverete questo locale gestito da Lina Martone in cucina e dal marito Giovanni in sala: una sorpresa nel cuore della docg che vi lascerà convinti ed entusiasti perché la mano ai fornelli è autentica, molto costruita culturalmente ma non cerebrale, innovativa senza virtuosismi, mentre per i pasdaran dell’omg free e dell’organic, club alquale noi siamo iscritti sia ben chiaro, diciamo che quasi tutto quello che viene servito a tavola è di propria produzione, dalle farine per il pane all’olio, dalle verdure alla frutta.
Il locale fu aperto dal padre negli anni ’80 e per capire come sia cambiata la percezione delle cose basti pensare al nome, Megaron, pensato soprattutto per le cerimonie, che oggi è un locale di dimensioni assolutamente normale rispetto alle moderne strutture nate per la banchettistica. Nel 2000 Lina Martone lo ha ripaerto con il marito Giovanni: una quarantina di posti, una bella saletta per prendere un’aperitivo o il caffè, buona carta dei vini, tanta cura nei particolari.
Si comincia in genere con un bigné in cui si gioca caldo-freddo, alle castagne oppure di melograno glassato all’ortica. Una espressione della cucina dell’orto irpino, tipica agricoltura di autoconsumo.
A seguire una buona zuppa tipica dell’Irpinia e il baccalà fritto accompagnato da una zuppa di ceci. In passato abbiamo anche provato la crostata di peperoni di impronta napoletana su vellutata di pomodoro essiccata al sole e una crema di verza molto buona.
Tra i primi, un classico sono i fusilli fatti in proprio con i broccoli di Paternopoli e il cotechino fatto in casa. Molto goloso.
Molto ricco, infine, il capitolo dei dolci, preceduto da una piccola selezione di formaggi. Crostate fatte in casa, chiacchiere, millefoglie alla crema sono solo alcune delle scelte possibili.

Via Neviera, 11
Tel. e fax 0827.71588
Chiuso lunedì.
Ferie variabili a settembre
www.ilmegaron.it

Pubblicato in contemporanea su:

Posted 1 day, 15 hours ago at 08:30.

Add a comment

Un’assicurazione obbligatoria “rcgiornalista”? Sì, se…

Istituire, come per l’auto, una polizza obbligatoria di rc, a copertura dei rischi che corre il libero professionista nell’espletamento dell’incarico ricevuto, mi parrebbe assai saggio. Ovviamente se l’obbligo vale per tutti e se l’onere è condiviso con l’editore.

Nella vita bisogna essere previdenti. Soprattutto se si è lavoratori autonomi e se l’imprevisto è sempre in agguato. Prendiamo i giornalisti: vita convulsa, fretta, improvvisate continue, lavori e incarichi che si accavallano. Che accada qualcosa di spiacevole, ci sta. Ci sta di incontrare problemi non preventivabili, danni o impedimenti più gravi del previsto, infortuni che ti impediscono di proseguire o che addirittura ti bloccano per mesi. Le conseguenze? Spesso catastrofiche.
Certo, se sono un freelance e, mentre di mia iniziativa sto realizzando un servizio, ho malauguratamente un incidente stradale, non ho molte alternative: prendo e mi porto a casa rottami e ammaccature (speriamo non gravi), con l’auspicio di avere un’assicurazione personale che mi risarcisca dei danni subiti. Sennò, ciccia.
Il discorso però è o potrebbe essere un po’ diverso se il servizio che sto realizzando non è una mia iniziativa diretta, ma l’oggetto di una specifica committenza da parte dell’editore. Se cioè il giornale (ovvero il direttore, il caposervizio, etc) mi ha incaricato di andare nel tal posto a fare una certa cosa nell’ambito di quello speciale rapporto fiduciario che è la collaborazione giornalistica. E magari c’è una lettera di incarico, o magari è l’editore stesso ad aver provveduto a tutta o parte dell’organizzazione (ad esempio noleggi auto, biglietti aerei, etc) del servizio medesimo.
In tal caso la faccenda si complica. E si potrebbe chiedersi fino a che punto, in questo tipo di rapporto, io giornalista opero del tutto per conto mio o non anche per anche terzi. Così come su chi gravino le conseguenze che derivano, in termini di responsabilità civile, per i danni eventualmente procurati o subiti.
Non solo, ma la cosa sarebbe interessante da approfondire anche in termini preventivi, cioè al fine di evitare possibili futuri contenziosi tra il professionista e il committente. Altro esempio a caso: che succede se, a mia insaputa (o anche all’insaputa dell’editore, o anche a seguito di eventi imprevedibili), la strada che sono inviato a percorrere si è rivelata particolarmente accidentata o pericolosa, al punto da danneggiare la mia auto, o da provocarmi un incidente? E’ davvero implicito che, in un rapporto di collaborazione esterna, sul committente non incombano e/o non possano incombere corresponsabilità? La casistica è ovviamente infinita e ricca di sfumature, ma vale la pena di pensarci.
Non sono un tecnico della materia, né voglio addentrarmi qui nello svisceramento giuridico della questione. Desidero solo porla in termini di buon senso professionale.
E mi chiedo: nell’ambito di una contrattazione collettiva giornalisti autonomi-editori (o di un auspicabile provvedimento legislativo in merito), non sarebbe il caso di studiare forme di copertura assicurativa obbligatoria contro i rischi legati alle svolgimento dell’attività professionale, copertura da suddividere, nei costi, percentualmente tra le parti? Lo troverei saggio e oltremodo avanzato.
Insomma, quello che propongo è una sorta di “rca auto” sulla persona, legata ovviamente solo alle singole missioni svolte per conto dell’editore e il cui premio sia diviso, tipo INPGI2, in percentuali (di pari importo?) tra professionista e committente, da conteggiare tra le voci del corrispettivo in forma di trattenuta o di contributo. Che so: un 10% del corrispettivo, di cui 5% a carico del primo e 5% a carico del secondo.
Già sento i poco lungimiranti strepiti dei soliti noti, che non hano soldi, non vogliono spendere, ci pagano già poco, etc.
Sciocchezze: se andando sul luogo del delitto cadi di motorino e ti rompi le gambe, poi per tre mesi i delitti li guardi in tv e quindi è meglio premunirsi senza frignare troppo. E poichè le normali polizze infortuni sono costose e non sempre coprono tutto, pensare a un’assicurazione ad hoc, il cui costo sarebbe oltretutto ben più basso in quanto “spalmato” su migliaia di professionisti e centinaia di editori, è tutt’altro che peregrino.
Che del resto il giornalismo sia già un’attività affidata in gran misura alla libera professione lo dimostrano i numeri (il 70% del pubblicato è prodotto fuori dalle redazioni, la cui consistenza va non a caso progressivamente riducendosi), pertanto il nodo dell’introduzione di una qualche forma di assicurazione per i commissionarii mi pare solo una questione di tempo.
Anticipare i problemi, anziché farsi sorprendere dalle circostanze, potrebbe dunque essere una buona idea. Credo valga la pena di cominciare a pensarci.
Perché l’Ordine non se ne fa carico?

Posted 3 days, 11 hours ago at 12:28.

Add a comment

Sei già pubblicista? C’è il quinquennato “transitorio”.

Sempre ammesso (e i più ne dubitano) che passi il vaglio del Ministro, del Governo e del Parlamento, la bozza di riforma licenziata dall’OdG prevede anche cinque anni di “interregno” durante i quali, per diritto acquisito, chi è già pubblicista resti tale e, a certe condizioni, possa accedere all’esame per diventare professionista. Ecco quali.

Copio e incollo dal sito dell’Ordine dei Giornalisti.

NORME TRANSITORIE PER L’ACCESSO ALL’ESAME DI STATO

L’iter transitorio di accesso all’esame di Stato dovrà esaurirsi nell’arco massimo di un quinquennio e sarà regolato da precise norme, fermo restando che i pubblicisti non intenzionati ad avvalersi di tale normativa, restano iscritti all’Elenco di appartenenza.
La normativa, tesa a garantire i diritti acquisiti, non interferisce con i canali di accesso tradizionali: praticantato aziendale, riconoscimento d’ufficio, scuole di giornalismo, tutoraggio per i free-lance.
Sono richiesti i seguenti requisiti: iscrizione all’Elenco dei Pubblicisti; esercizio esclusivo dell’attività giornalistica in forma di sistematica collaborazione retribuita di almeno 36 mesi nell’ultimo quinquennio; certificazione del rapporto contrattuale e comunque continuativo esistente nell’ultimo quinquennio, compresa la documentazione fiscale (Cud o dichiarazione dei redditi); attestazione della regolarità contributiva previdenziale per i compensi percepiti per il periodo equivalente; presentazione del materiale attestante l’attività giornalistica svolta nel corso nell’ultimo quinquennio (la specificazione è rinviata al regolamento di attuazione).
L’accesso all’esame di Stato avverrà tramite: verifica dei requisiti, effettuata dagli Ordini regionali secondo linee guida approvate dal Cnog, che consente l’iscrizione ai corsi di formazione; tirocinio teorico, finalizzato all’acquisizione dei fondamenti culturali, giuridici e deontologici della professione giornalistica, che si realizza in un corso di formazione (i parametri del corso saranno definiti in sede di regolamento); superamento della prova finale del corso di formazione, che costituisce titolo, con decorrenza retroattiva di 18 mesi, all’iscrizione al Registro dei Praticanti e consente l’accesso all’esame di Stato
.

Aspettiamo anche l’annunciato regolamento e poi stiamo a vedere.

Posted 6 days, 23 hours ago at 00:26.

8 comments

Più che “assicurati” i giornalisti vanno “rassicurati”.

Colpo di reni del Consiglio Nazionale dell’OdG: niente assicurazione obbligatoria (contro che, poi?) per gli iscritti. Ottima notizia. In compenso, alcuni ordini regionali diffondono “sintesi” obsolete della riforma, creando ulteriore confusione tra gli iscritti . Mah…

La notizia, che circolava da mesi, suscitava più sconcerto che rabbia: “assicurazione obbligatoria per tutti i professionisti (giornalisti inclusi, quindi) contro i danni procurati ai clienti dall’esercizio dell’attività professionale“. Come se noi fossimo ragionieri che possono sbagliare un 740 o medici che sbagliano la diagnosi. L’unica, inquietante e realistica possibilità era che volessero chiamarci a rispondere dei danni procurati all’editore (è lui il nostro “cliente”) in caso di richiesta di risarcimenti in seguito a querela: in pratica, un’intimidazione, per non dire una minaccia esplicita alla libertà di stampa.
Bene: NON è così. Per fortuna.
Il C.N. ha infatti specificato ieri che “l’assicurazione obbligatoria per i rischi derivanti dall’esercizio dell’attività professionale non è conforme alla specificità della professione giornalistica” e quindi non s’ha da fare.
Si passa però da uno sconcerto a un altro.
Mentre, ieri appunto, il Consiglio ridiscuteva e modificava le linee di riforma abbozzate (e parecchio criticate) il giorno precedente, dando prova di straordinario tempismo all’ora di pranzo alcuni ordini regionali diffondevano la bozza…vecchia e quindi già obsoleta, creando ulteriore allarme e un’enorme, inutile confusione.
Che dire?
Io direi questo: che in epoca di globalizzazione e di informazione in tempo reale, se ci sono sul tappeto questioni di stretta attualità e in rapido mutamento, o si è “sulla notizia” per davvero, e quindi la si dà in diretta, oppure si tace e, a bocce ferme, la si diffonde solo quando è definitiva e immutabile.
La cosa paradossale è che tutto questo provenga da e debba essere spiegato a dei giornalisti

Posted 1 week ago at 10:30.

Add a comment

E alla fine sulla riforma volano stracci tra OdG e Fnsi.

Fortunato Depero - La Rissa

Dopo mesi di pace finta e di dispetti veri, culminati con “emendamenti” a scoppio ritardato sulla Carta di Firenze proposti dal sindacato e respinti dall’Ordine, esplode la guerra tra le due istituzioni: dove la prima, assenteista, non tollera le invasioni di campo della seconda. E viceversa.

L’avevamo detto: tirava una brutta aria e quei “sette anni” di periodo transitorio proposti per la piena entrata in vigore della riforma dell’Ordine dei Giornalisti avevano un profumo menagramo.
Fatto stà che il Consiglio Nazionale di oggi ha visto esplodere una clamorosa (ma da temo covante) rissa verbale tra il presidente dell’OdG, Jacopino, e i vertici del sedicente (visto che rappresenta solo una minoranza dei giornalisti) sindacato unitario.
Ieri sera, dopo una giornata pesante di scontri ed agguati strumentali tra le varie fazioni, l’Fnsi se n’è uscita con questo comunicato:
La Giunta Esecutiva della Federazione Nazionale della Stampa considera di estrema importanza l’opportunità che si giunga finalmente a una radicale riforma della legge istitutiva dell’Ordine dei giornalisti. Chiede al governo di introdurre senza barriere di censo la via di accesso alla professione attraverso un percorso privilegiato universitario di secondo livello e comunque di formazione obbligatoria, prevedendo gli opportuni sostegni che consentano a tutti, e non solo ai più abbienti, di abilitarsi alla professione attraverso un esame di Stato. Ricorda che il praticantato giornalistico, nella sua principale declinazione attuale, ha una garanzia regolata dal contratto nazionale di lavoro della categoria in tutti i suoi aspetti economici, normativi e formativi nel rispetto della legge. Criteri di altrettanta garanzia e tutela dovranno essere previsti dalla nuova normativa.
La Giunta ritiene che la separazione dell’attività disciplinare, affidata ad appositi collegi, prevista dalla recente normativa, possa avere un impulso positivo sul controllo deontologico sulla professione, di vitale importanza a tutela del diritto dei cittadini ad essere informati correttamente. I principi deontologici non dovranno essere decisi da poteri esterni all’autonomia professionale.La riforma dell’Ordine dovrà certamente prevedere una adeguata disciplina transitoria tra l’attuale suddivisione in elenchi e i futuri criteri di iscrizione e permanenza nell’Albo, che non potranno prescindere dal rispetto dei principi dell’adeguata retribuzione e della correttezza delle posizioni contributive. Questa deve anche essere l’occasione per una reale revisione degli elenchi, così da escluderne coloro che non svolgono alcuna attività giornalistica retribuita
”.
Traduzione: non condiviadiamo quasi nulla di quano sta emergendo in Consiglio Nazionale dell’OdG in materia di riforma della professione.
Il presidente Enzo Jacopino ritiene quanto sopra una intollerabile invasione di campo (giustamente, ma forse sarebbe stato opportuno se ne ricordasse anche quando con la Federazione ci è andato a braccetto invocando l’unità di visione e di intenti delle istituzioni giornalistiche) e risponde con una comunicazione tanto piccata da suonare come un’esplicita dichiarazione di guerra:
Non è il sindacato che deve indicare come si riforma l’Ordine”: così il presidente dell’Odg in apertura di Consiglio: “La proposta Fnsi, un volgare tentativo di intimidire il Consiglio Nazionale dell’Ordine dei Giornalisti. Il documento della Giunta esecutiva Fnsi, diffuso per agenzia mentre noi eravamo riuniti qui per parlare proprio della riforma, è una delle volgarità maggiori alle quali io abbia mai assistito tra organismi di categoria. E una vendetta trasversale nei confronti del Consiglio Nazionale Odg che non accolto tre surreali emendamenti proposti alla carta di Firenze strumentalmente approvati, uno dei quali imponeva ai consigli Regionali come procedere. Una carta, quella di Firenze che pure è stata costruita in totale sintonia con la Federazione; gli emendamenti erano tanto surreali che gli stessi delegati della Fnsi a costruire la carta di Firenze ne hanno preso le distanze. In quest’ultimo anno ho fatto di tutto per tenere uniti gli organismi di categoria, ma ritengo sia chiaro che non siamo pilotabili. Non parteciperò a nessuna delle manifestazioni promosse dalla Fnsi fino a quando la giunta non farà un pubblico documento di scuse per questa volgarità“.
Bum!
Sapete che vi dico? Era ora che l’ipocrisia finisse. Ed era ora che i due pilastri del sistema, uniti solo nel nome di un ecumenismo peloso che in fondo è una delle cause profonde della crisi che sta uccidendo la categoria, prendessero reciprocamente distanze ormai innegabili.
Non ho simpatia per l’Ordine, lo dico chiaramente. E gli attribuisco responsabilità precise.
Nulla però in confronto a quelle di un sindacato assenteista, che si arrocca da sempre a difesa di un fortino, quello dei contrattualizzati, in progressiva ritirata, mentre il 70% del giornalismo e il 70% del pubblicato sono in mano agli autonomi. Cioè a coloro i quali l’Fnsi si ostina a far finta di non (o forse non sa, o forse ormai non può: ma sarebbe anche peggio) vedere.

Posted 1 week, 1 day ago at 22:44.

1 comment

GARANTITO IGP. Rosso di Sera, bella cena si avvera.

di CARLO MACCHI.
I proverbi sono la saggezza dei popoli? Forse. In questo caso sono, più modestamente (ma in fondo mica tanto), il godimento del palato. O anche di altro, visto che si parla di “luci rosse”? E il pupazzo che c’entra? Da nostro inviato sul Trasimeno…

Fino allo scorso anno l’ingresso del Rosso di Sera a San Feliciano, era “piantonato” da una specie di pupazzo/cuoco molto più adatto ad un ristorante gestito da Freddy Krueger che dai pacifici e disponibili proprietari. Se Dio vuole l’inquietante pupazzo, unica nota stonata di un locale dove ti puoi adagiare tranquillamente e fidarti di cucina, servizio e carta dei vini, ha fatto la fine del caro Freddy.
Siamo sulle rive del Trasimeno, in un locale che si affaccia direttamente sul porticciolo di San Feliciano, a pochissimi chilometri da Passignano sul Trasimeno.
Perché Rosso di Sera? Non solo perché dalla sala si può godere il bel tramonto sul lago, non solo perché è aperto solo di sera (a parte la domenica) non solo perché la piccola sala interna (invernale) è dipinta di rosso e nell’ampia terrazza estiva le luci sono esclusivamente rosse, abbastanza soffuse ed adatte per serate con…degna conclusione. Infatti tutto questo rosso ha pure una motivazione tecnica: se ci fossero luci bianche il locale, specie d’estate, sarebbe invaso da sciami di moscerini, quelli stessi che, comodamente seduti con davanti il Trasimeno, vediamo assediare a milioni i lampioni del porto. Con la nostra bella luce rosso-soffusa stiamo invece comodamente seduti, davanti ad un’apparecchiatura semplice ma corretta e diamo un’occhiata alla carta.
Cucina di lago ovviamente, elaborata con maestria e leggerezza. Possiamo partire con le polpettine di pesce di lago o con la bottarga di tinca, per poi passare (a proposito, una parte del menù varia stagionalmente) a degli spaghetti alla chitarra con la tinca affumicata (con la variante dove al posto degli spaghetti troviamo dei ravioli ripieni di fagiolina del Trasimeno) o le classiche tagliatelle al ragù di persico.
Viste le porzioni abbastanza abbondanti sarà difficile comporre il trittico “antipasto-primo-secondo” ma per gli stomaci di robusta costituzione consigliamo una moderna versione del tegamaccio, o i filetti di coregone alle erbe o più semplicemente la buona selezione di formaggi. Gli aficionados del colesterolo potranno finire la serata con una sfogliatina di mele o un tortino di cioccolato.
Al momento della selezione dei piatti vi arriverà sul tavolo anche la carta dei vini. Vi consigliamo di degnarla di più di un’occhiata perché racchiude scelte assolutamente non casuali, con una discreta predilezione per vini di tendenza biodinamica. Pochi nomi, quasi tutti sicuri, vi faranno scegliere tra Umbria, Italia ed anche estero senza per questo mettere a repentaglio il vostro portafogli.
Alla fine il conto non supererà i 35 euro, vini esclusi. Indubbiamente una cifra assolutamente adeguata per una cena “a luci rosse”.

Rosso di sera
Via Fratelli Papini 79
San Feliciano (PG)
Tel.0758476277
Chiuso il martedì
Orario: solo la sera a parte la domenica
.

Pubblicato in contemporanea su:

Posted 1 week, 1 day ago at 08:30.

Add a comment

Ordine: prende forma il giornalista di domani. Però…

In corso il Consiglio Nazionale, impegnato a discutere le linee dell’”autoriforma” imposta dall’Ue e dal Governo. In sintesi: esame e preparazione universitaria per tutti i nuovi giornalisti, poi chiamati a scegliere se diventare professionisti e pubblicisti. Ma è il “regime transitorio” a far discutere davvero…

Dev’essersi rotto uno specchio nella sede dell’Odg a Roma. E per questo si profilano sette anni di guai e di baruffe, sebbene eufemisticamente ribattezzati “regime transitorio” ad indicare il periodo che la riforma presentata dal presidente Jacopino prevede prima della definitiva entrata a regime del nuovo ordinamento, destinato a regolamentare la professione dal 2020 in poi.
L’argomento è caldissimo e ovviamente da giorni tra gli addetti ai lavori già non si parla d’altro. E basta una parola, o uno spiffero, per scatenare equivoci e congetture, alimentare proteste e timori. Segno inequivocabile del malessere che attraversa la categoria.
In prima fila i pubblicisti, a proposito dei quali si è più volte fantasiosamente parlato di “abolizione“. Subito dietro gli aspiranti pubblicisti, che ora si chiedono che percorso dovranno seguire. Meno preoccupati, per l’insana convinzione di trovarsi in una botte di ferro (tranne poche eccezioni), i professionisti. Allarmatissimi i precari, che nella riforma ripongono molte, forse troppe speranze per un cambio di stato professionale. Tutti giustamente ansiosi di sapere che succederà nell’immediato, sempre ammesso che abbia un senso chiamare “immediato” un interregno che dura come una Presidenza della Repubblica.
Ne dà ampio resoconto (qui) il sempre puntuale collega Antonello Antonelli, al quale rimando per i dettagli.
Intanto è un gran vociare di diritti acquisiti, sanatorie e distinguo, sullo sfondo di un clima di incertezza generale e di una nemmeno troppo dissimulata atmosfera da campagna elettorale, visto che a febbraio si voterà per il rinnovo dei vertici dell’Inpgi, la cassa di previdenza della categoria, e che per i candidati questa è un’occasione imperdibile per mettersi in mostra, pontificare, farsi propaganda e clientele.
Poche le certezze fin qui assodate.
La prima è che, dal 13 agosto 2012, chi vorrà diventare giornalista dovrà superare un esame di stato. E solo dopo, in base alla propria situazione personale, decidere se iscriversi all’elenco dei professionisti (attività esclusiva o prevalente) o dei pubblicisti (attività non prevalente).
Per l’accesso all’esame sarà necessario un praticantato di 18 mesi, oppure un contratto di assunzione, oppure un master postuniversitario o un titolo equipollente rilasciato da una scuola di giornalismo riconosciuta dall’Ordine (ma sul punto le cose non sono ancora chiare).
Non c’è molto da aggiungere, perchè l’indirizzo mi pare evidente: professione aperta a tutti, ma con un filtro all’ingresso molto più selettivo di prima.
Credo che, in sostanza, si tradurrà nella nascita di molti meno giornalisti di quanti ne siano nati durante il “giornalistificio” degli ultimi 15 anni. E questo è un bene in assoluto.
Ho molti più dubbi invece sul fatto che questo, e l’interminabile periodo di transizione, risolvano i problemi della categoria, che ormai è già irreversibilmente pletorica (siamo in centodiecimila!) e col fiato cortissimo.
Qualcuno dirà che non mi va bene niente.
Non è vero.
A me la riforma va bene, perchè procede nel senso che ho sempre predicato, salvo vedere dettagli ancora non messi a fuoco forse nemmeno dai vertici dell’OdG.
La domanda è se il tempo necessario per riportare la professione alle dimensioni fisiologiche dettate dal mercato e dalla congiuntura sarà inferiore a quello dopo il quale il giornalismo italiano imploderà sotto il peso della mancanza di risorse e della sovrappopolazione giornalistica.
Vista da questa prospettiva meno futuribile e più pedestre, l’orizzonte appare assai fosco.

Posted 1 week, 2 days ago at 21:15.

Add a comment

Pronta la bozza di riforma dell’Ordine dei Giornalisti.

Il presidente Jacopino anticipa a sorpresa le linee per la revisione delle norme sulla professione da illustrare questo pomeriggio alla riunione convocata, a sua volta a sorpresa, dal Ministro di Grazia e Giustizia. Esame per tutti e scelta, dopo, se iscriversi all’elenco dei professionisti o dei pubblicisti.

Che qualcosa bollisse in pentola, lo si era capito. Che finalmente ai vertici dell’Ordine fosse arrivata la piena percezione dell’abisso che da decenni si stava scavando, nell’indifferenza generale (tranne di pochi, tra i quali il sottoscritto: carta canta) e nel disinteresse di chi conta, sotto i piedi della categoria, idem. Così ieri sera è giunta solo relativamente a sorpresa la convocazione, per oggi, degli ordini professionali da parte del ministro di Grazia e Giustizia. E giunge solo relativamente a sorpresa la notizia che il presidente dell’OdG, Enzo Jacopino, ha già in tasca una proposta di riforma. Da sottoporre al ministro e sintetizzata oggi in un articolo sul Corriere della Sera (qui).
Sia chiaro: quello che il capo dei giornalisti italiani rivela è poco, anzi troppo poco. Impossibile giudicare nel merito senza conoscere i dettagli che Jacopino ha abbozzato più in funzione politica che non tecnica. Per lanciare, cioè, un messaggio rassicurante e al tempo stesso conciliante sia al governo che agli associati.
In estrema sintesi, le linee sarebbero le seguenti:
1) esame per tutti gli aspiranti giornalisti, i quali dopo averlo superato potranno decidere se esercitare la professione come professionisti (cioè con reddito esclusivo o prevalente) o come pubblicisti.
2) riconoscimento del praticantato, secondo criteri ancora da stabilire, a chi è già pubblicista di nome ma professionista di fatto e conseguente possibilità di “passare” all’elenco professionisti.
Nulla è però ancora dato sapere del destino delle migliaia di pubblicisti, e sono la maggioranza, che non hanno i requisiti o l’interesse per accedere all’esame. Molto dipenderà dall’orientamento che verrà dal Consiglio Nazionale dell’OdG previsto dal 17 al 20 gennaio.
Aldilà della retorica e della terminologia, pare un passo deciso verso ciò che da sempre appare una necessità stringente: la professionalizzazione del giornalismo, in qualunque forma esso sia esercitato.
Si può discutere sul percorso da seguire, ma non certo sull’obbiettivo da raggiungere.
E già questo pare un enorme passo avanti.
Qualcosa mi dice che il cammino in Consiglio non sarà però così facile, come l’evidenza delle cose pur suggerisce.
Stiamo a vedere. Un po’ con sollievo e un po’ con patema.

Posted 1 week, 4 days ago at 14:11.

12 comments

RC: e se si assicurasse la patente invece dell’auto?

L’idea è del mio amico Guido, ma pare l’uovo di Colombo: risparmio per gli automobilisti, niente duplicati, copertura di tutti i rischi, poche truffe. Una liberalizzazione che piacererebbe al governo dei professori e agli amici delle compagnie?

Quel gran genio del mio amico Guido, lui saprebbe cosa fare.
Non con il cacciavite in mano (è fotografo e pure bravo), ma con la cosiddetta rcauto. Cioè l’odioso, ancorchè necessario (lo impone la legge 990 del 1969) salasso che, anche a prescindere dalla fedina immacolata dell’automobilista, da anni continua inesorabilmente a lievitare. E che a tutti i proprietari di un’automobile resta molto indigesto.
L’altro giorno, insomma, l’amico mi telefona e mi dice: ti devo parlare.
Di che?
Dell’assicurazione della macchina, risponde.
Se un fotoreporter che solitamente si occupa di viaggi e di costume ti chiama per parlarti della polizza obbligatoria di assicurazione dell’auto per la responsabilità civile verso i terzi, bisogna ascoltarlo per forza.
L’ho fatto. E lui è stato abbastanza convincente. Anzi, molto.
Perché la sua teoria non fa una piega. E si adatterebbe perfettamente alla logica delle liberalizzazioni che, a volte in modo un po’ demagogico, sembra attraversare l’Italia in questi mesi di sofferenza “tecnica”.
Solo che, a differenza di tante altre, la pensata di Guido pare semplice, acuta e di immediati effetti pratici.
L’idea è questa: perché non avviare una campagna per trasformare l’assicurazione dell’auto in un’assicurazione della patente? Cioè per trasferire l’obbligo di copertura assicurativa dal mezzo alla persona? Gli effetti di prevenzione e di salvaguardia sociale sarebbero gli stessi, ma il costo da sostenere sarebbe infinitamente inferiore e i benefici assai superiori.
Anche tralasciando una prima e ovvia ragione, dice Guido, ma di per sè già più che sufficiente a giustificare il passaggio a un nuovo regime (se ho due auto è evidente che non posso guidarle contemporaneamente, quindi mentre una circola l’altra sta per forza ferma), gli altri vantaggi sono evidenti. Innanzitutto, con una sola polizza potrei assicurare la guida di tutti i mezzi previsti dalla mia tipologia di patente, inclusi quelli a noleggio, con risparmio sui costi del medesimo e quindi il rilancio dell’economia del rent-a-car. Inoltre, trattandosi di un’assicurazione personale, sarei coperto anche in caso di guida di mezzi non altrimenti soggetti all’obbligo assicurativo, come la bicicletta. Essendo poi la responsabilità sempre riconducibile a una persona fisica, quindi inequivocabilmente individuabile, ciò renderebbe anche più facile contrastare le diffuse truffe, puntualmente portate a giustificazione dalle compagnie per gli insopportabili rincari dei premi.
E così risulterebbe pure più semplice, insiste lui, applicare un serio sistema di bonus malus, premiando gli automobilisti virtuosi attraverso l’elargizione o la sottrazione di “punti” dall’assicurazione della patente.
L’unico caso forse economicamente peggiorativo, sottolinea, si verificherebbe nel caso di famiglie che abbiano in casa un solo mezzo e più patenti. Ma a parte il fatto che oggi queste sono certamente una minoranza, lo svantaggio potrebbe essere indirettamente compensato dal ribasso ottenuto sui premi rispetto a quelli dell’attuale rcauto.
L’idea, tra l’altro, ha anche una sua intrinseca valenza di equità sociale oltre che pratica: tende cioè a riequilibrare una situazione divenuta perversa, nella quale un obbligo giusto e condivisibile (la reciproca garanzia di solvenza tra automobilisti in caso di sinistri con responsabilità) si è gradualmente trasformato in un grande, ingiusto e lucroso privilegio di pochi (le compagnie assicurative) a spese di molti, anzi, di tutti i cittadini.
Troppo semplice per essere vero?
Forse. Ma spesso il buon senso del padre di famiglia è un’ottima strada maestra. Anche per i professori.

Posted 1 week, 4 days ago at 08:30.

Add a comment

Note a margine di una riunione sul caso-pubblicisti.

La cosa che tutti, e non solo i diretti interessati, faticano a capire è che l’emergenza creata dalla minacciata “abolizione” della categoria è anche, anzi è soprattutto, un’imperdibile occasione per adeguare finalmente alla realtà il profilo della professione, dopo decenni di inerzia della politica e delle istituzioni. Lo afferrano i vertici dell’OdG?

Sconcerto, rassegnazione, incredulità. Anche rabbia. La reclamazione, ragionevole ma non sempre realistica, dei diritti quesiti. L’illusione di un attacco mirato. L’accavallarsi dei si dice. Lo scontro delle opinioni.
Confrontarsi con la moltitudine dei colleghi, da quelli aggiornatissimi a quelli in tutt’altro affacendati, sullo tsunami sollevato dall’ipotesi – circolata a più non posso nelle ultime settimane – della cosiddetta “abolizione dei pubblicisti” (virgolette d’obbligo per un’espressione del tutto fuorviante) è oltremodo utile per rendersi conto del modesto livello di consapevolezza che, a qualunque grado gerarchico, serpeggia in una categoria, quella dei giornalisti, oggi sempre più allo sbando.
E quanto detto, ascoltato, intuito e perfino taciuto ieri nel corso della riunione indetta sull’argomento dal Gruppo Stampa Autonomo di Siena (qui), l’ultraquarantennale sodalizio che riunisce oltre cento tra professionisti e pubblicisti senesi, lo dimostra.
Nessuna cartina di tornasole avrebbe potuto esprimere più chiaramente il disagio generale, reso ancora più palpabile da una crisi economica che rischia di spazzare via tutti o quasi, a prescindere dall’”elenco” di appartenenza.
Eppure, se (come, sbagliando, ma qui il discorso dialetticamente ci serve, dicono certi motivatori) in cinese la parola “crisi” si può tradurre anche con “opportunità“, allora pure lo spinoso caso-pubblicisti può essere un’occasione per affrontare e risolvere nodi divenuti cronici nella regolamentazione della professione. E salvarla così da morte sicura.
Ovvero superare finalmente l’obsoletissimo dualismo professionisti/pubblicisti e dotare l’Ordine di un’architettura adeguata al giornalismo del terzo millennio, in cui formazione continua, rispetto della deontologia, acquisizione della professionalità, norme di accesso alla professione siano disciplinate coerentemente ai tempi e ai media di oggi.
Perchè la realtà è questa: nei quasi sessant’anni trascorsi dall’entrata in vigore della legge, la 69 del 1963, che lo regolamenta, il giornalismo non si è solo evoluto, ma si è proprio rivoluzionato. E’ cambiato tutto: numeri, mezzi, modi, tecnologia. Tutto tranne una normativa pensata per un mondo in cui i giornali erano quasi solo di carta, in stragrande maggioranza quotidiani, e i giornalisti erano il stragrande maggioranza dipendenti delle imprese editoriali. Una maggioranza talmente stragrande che appunto fu creata, ad hoc, la figura del “pubblicista”, per dare un inquadramento e circoscrivere entro certe responsabilità l’eccezione rispetto alla regola, ovvero chi “svolge attività giornalistica non occasionale e retribuita, ma che esercita altre professioni o impieghi” (legge 69/1963, art. 1, IV comma).
Non c’erano le radio e le tv (tranne quelle di stato), non c’era internet, non c’erano i blog e i siti, non c’erano le piccole testate. Non c’erano i computer, i cellulari e nemmeno i fax. Non c’erano gli autonomi, i contratti a termine, gli abusivi, che oggi producono il 70% del pubblicato. E il pianeta non era interconnesso e globalizzato.
Insomma era un altro mondo.
Che per la legge, ma solo per la (nostra) legge, è rimasto tale. E la professione ne è prigioniera.
Vedendo da un lato fallire una dopo l’altra tutte le proposte di riforma succedutesi davanti a un Parlamento dimostratosi sempre, va detto, più che tiepido, per non dire disinteressato, nei confronti della questione. E vedendo dall’altro un Ordine che, di fronte all’evolversi del mestiere e delle sue tipologie di esercizio, un po’ per fame di tessere (leggasi quote), un po’ per sinecura, un po’ per la progressiva tendenza buonista dei suoi vertici all’abbassamento delle soglie minime di ingresso, non ha saputo arginare l’esplosione geometrica del numero degli iscritti, che è raddoppiato nell’arco di un quindicennio.
Non solo. Ma, quel che è più grave, proprio a causa dell’impossibilità e dell’incapacità di assecondare la sua struttura normativa e organizzativa alle nuove forme di giornalismo che l’esperienza quotidiana andava creando, ha finito per relegare residualmente tutte le nuove figure nel grande calderone dei pubblicisti. Trasformatosi così, a poco a poco, da nicchia per “specialisti occasionali” a contenitore buono per tutti quelli che altrimenti non si sapeva come catalogare: i freelance, i principianti, i dopolavoristi, i secondolavoristi, gli editorialisti, i miracolati, i giornalisti per caso.
L’aneddotica si spreca, ma non è questo il momento per fare colore.
Così, se davvero si farà realtà, l’”abolizione” dei pubblicisti si trasformerà non solo in un ripulisti sotto certi aspetti opportuno e necessario in una professione divenuta pletorica, ma anche in un azzeramento di speranze, di posti di lavoro, di fonti di reddito, di professionalità, di esperienze straordinarie. Si farà strame di gente capace e spesso capacissima, che solo a causa di norme inadeguate oggi non può accedere al “salotto buono” (o presunto tale) del mestiere. E si creerannno le premesse per la sua implosione, sotto il crollo degll introiti e la perdita irrimediabile di risorse intellettuali preziose.
C’è chi pensa, quorum ego, che tutto ciò accada a sommo scopo e che l’obbiettivo finale sia la cancellazione della categoria per inglobare il florido patrimonio degli enti previdenziali dei giornalisti.
Ma anche – anzi, proprio perchè – se così fosse, a maggior ragione l’Ordine ha ora il dovere di superare le secche e i particolarismi, la concrezione degli interessi e degli schieramenti, e approfittare della delega governativa per porre mano, nei mesi che mancano al fatidico 12 agosto 2012, all’adeguamento della professione, rendendo la categoria inattaccabile sotto ogni profilo. In primis quello del suo fondamentale ruolo in una società libera, moderna e civile.
E’ un appello, forse addirittura una missione di cui ogni singolo giornalista, ogni associazione di categoria, ogni ordine regionale è investito.
Questo è dunque il messaggio da portare alle riunioni che nei prossimi giorni si terranno in tutta Italia, a preparazione del Consiglio Nazionale dell’OdG convocato a Roma dal 17 al 20 gennaio prossimi.
E se chi ci comanda non sarà in grado di dargli un seguito, farà bene a prepararsi ad accogliere presto sotto il portone di casa i giornalisti armati di forconi. Professionisti o pubblicisti che siano.

Posted 1 week, 6 days ago at 18:04.

5 comments