Alta fedeltà

"Così nel mio parlar vogli'esser aspro" (Dante, Rime) – La blog-zine di Stefano Tesi

La sotterranea rinascita del vinile (e forse del libro).

Soundtrack: Late for the sky, Jackson Browne.

Sorpresa: nel 2010 il supporto con la maggiore diffusione è stato il caro, vecchio lp. Strano? Forse, ma mica tanto. Il 33 giri, nella sua materialità, aveva una ragione d’essere che va oltre la tecnologia. E ora, dicono, potrebbe fare da apripista alla rivincita del libro sull’e-book

Apprendo che il vinile è stato, nel 2010, il supporto che ha conosciuto la più ampia diffusione. Sarebbe un po’ come se il mezzo di trasporto più venduto nel medesimo anno fosse stato il calesse: una notizia da prima pagina!
Relegato, tra molti rimpianti (compresi i miei), prima tra il vecchiume, poi tra le anticaglie da collezionisti e quindi, snobisticamente, nello stucchevole alveo dei cosiddetti prodotti di nicchia, il vecchio lp si starebbe insomma prendendo la sua bella rivincita, con grande giubilo dei nostalgici inconsolabili.
Mi si dirà: è un boom apparente, legato ai piccoli numeri, perché in realtà la stragrande maggioranza delle musica, oggi, non si ascolta su supporti ma in digitale, sul web o tramite download.
Sarà.
Ma io resto convinto che la resurrezione del vinile abbia radici più complesse. E cioè che il vecchio 33 giri costituisca (e costituisse) l’equilibrio perfetto, la misura esatta del compromesso tra il contenitore e il contenuto, tra l’oggetto e la sua utilità. La sua materialità, le sue dimensioni, le sue proporzioni ora ingombranti e ora ridotte secondo i punti di vista e gli usi, la sua duttilità, il valore intrinseco non solo della musica, ma della copertina, della grafica, della confezione stessa gli conferiscono un fascino palpabile da cui l’utilizzatore è soggiogato.
Non è un caso, del resto, che ormai da tempo i plasticosi ed algidi cd, già assurti vent’anni fa a becchini del vinile, tendano sempre più ad assomigliare ai dischi di una volta, tentando di replicarne ossessivamente la cura estetica, le tasche, le varianti, i libretti interni, gli abbellimenti così tipici delle profumate buste di cartone. E che alcuni dei più importanti gruppi rock (mi vengono in mente i Rolling Stones, ad esempio) abbiano ripreso a pubblicare i loro album anche su vinile.
Non solo. Pare che la ritorno dell’lp possa fungere da apripista alla rinascita della carta come supporto di eccellenze per la lettura, con buona pace di tablet, i-pad e altre diavolerie elettroniche che l’industria del superfluo cerca di imporci come ineluttabili passi avanti nella presunta, asettica qualità della vita.
La carta è il nuovo vinile, insomma?
Non me lo chiedo solo io, è ovvio. La domanda se l’è fatta anche, come riporta una nota dell’Lsdi, John Bracken, direttore della Knight Foundation, alla Conferenza dell’Asian American Journalists Association. Ed è stata ripresa da diversi commentatori, fra cui anche Editor’s weblog, che ha riproposto l’ interrogativo: Is print the new vinyl?
Chi volesse approfondire la questione può farlo qui.
Io nel frattempo mi gusto il sapore dolciastro della rivincita, accendendo il vecchio ampli a valvole e mettendo in moto il giradischi. Trazione a cinghia, è sottinteso.

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Posted in rockaroundtheroll and terza pagina 1 year, 9 months ago at 11:00.

5 comments

5 Replies

  1. Caro Stefano,
    inutile dire quanto sia d’accordo con te. L’equivoco insito nella “smaterializzazione” del supporto sta nel fatto che, così facendo, le risorse di chi la musica la produce e di chi l’ascolta (il termine “consuma” mi fa rabbrividire) si concentrerebbero su un unico obiettivo, la musica appunto, lasciando fuori il superfluo. Facilitandone la diffusione e l’apprezzamento. E’ accaduto invece quasi l’opposto: la smaterializzazione ha favorito il consumo e disincentivato l’ascolto (brani musicali di sottofondo ovunque che tutti sentono ma nessuno ascolta); ha svilito la musica stessa, riciclata in tutte le salse possibili; favorito l’accumulo dettato dall’assenza di discernimento o dal capriccio (download) e diffuso l’idea che la musica sia una sorta di complemento a qualsiasi attività umana (l’IPOD da usare in ogni situazione della vita).
    Tutto questo anche perché il vinile, con la sua forma ingombrante, richiede a chi lo possiede di esprimere, attraverso gesti tipici ed esclusivi, una chiara volontà di ascolto, la musica come soggetto e non complemento. Prendere un disco 33 giri, togliere la copertina interna, riporla, aprire il giradischi, esaminare la superficie del disco per valutarne la pulizia, chiudere il giradischi, avviarlo, alzarsi per girare il lato etc. sono tutti atti prodromici ad un’attività umana in sè finita che è l’ascolto. Aprire il computer e scegliere un file è un atto impersonale, anonimo, privo di qualsiasi significato specifico.
    Viva dunque il vinile.
    Vogliamo aggiungere una considerazione economica (non mia ma di Graham Jones, autore del libro Last Shop Standing): un disco di vinile è comunque una riserva di valore. Lo si può rivendere per qualsiasi ragione: scarso gradimento, esigenze di spazio, difficoltà economiche, mutamento di gusti. Provate a vendere un CD di files scaricati legalmente. Nessuno vi darà un euro.

  2. Caro Bonzo,
    le tue osservazioni sono così limpide da non richiedere alcun commento: sono la prova della più profonda percezione del senso del post. E la riflessione di Jones mi piace a tal punto che la userò per i rilanci del post. In privato ti dirò cose ulteriori.

  3. Francesco ago 31st 2011

    Che bel peana. Sottoscrivo in pieno anche le parole di Bonzo (un filino zeppeliniano?) ormai si è diffusa una bulimia da accumulo (il download) che va oltre l’umana capacità di ascolto, se questo significa ancora introiettare qualcosa e non mero sottofondo. Ma, e questo mi dispiace, non credo proprio che assistermo ad una rinascita in grande stile del vinile, i tempi sono troppo diversi, i negozi non ci sono più e dei più giovani solo un’esigua minoranza della minoranza a questo punto ha una qualche dimestichezza con i vecchi padelloni.

  4. Mah…di rinascita industriale dubito anch’io, ma al recupero del senso dell’integrazione fra contenuto e contenitore in quanto “opera” unica ci credo molto, così come all’aspetto “tattile” o addirittura organolettico che nessun cd o download potranno mai consentire.

  5. massimo ott 5th 2011

    Sante parole… è indubbio che una (piccola) nicchia di mercato il vinile l’ha riconquistata e con la morte del cd potrà restare, vedi non solo la ristampa di vecchi dischi ma anche alcuni nuovi sono giornalmente sul mercato, magari con “lo specchietto per le allodole” di “copia limitata numero…”, a cui i collezionisti non dicono spesso di no. Non tanto un ritorno quanto un piccolo ma importante assestamento a cui l’industria discografica, ormai assediata, non rinuncia…


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