Alta fedeltà

"Così nel mio parlar vogli'esser aspro" (Dante, Rime) – La blog-zine di Stefano Tesi

Un’ammucchiata selvaggia di ricordi e di rock’n'roll.

Max Stefani, ex padre-padrone e fondatore della storica rivista rock “Il Mucchio” (dalla quale è stato, con un certo rumore, recentemente defenestrato), pubblica la sua dissacrante autobiografia. Dove ne ha per tutti. Compreso se stesso.

Certo che Massimo Stefani, detto Max, dev’essere un bel cazzone.
Non l’ho mai conosciuto bene di persona, pur avendolo incontrato un paio di volte. Ma è come se lo conoscessi da sempre, visto che da oltre trentacinque anni seguo le sue avventure di giornalista rock: prima da lettore e poi da collega. Per non dire della familiarità che, dopo una vita passata a comprare, ascoltare, recensire e trasmettere dischi, ho con quell’ambiente variegato, sempre sospeso tra l’alto cenacolo e la bassa portineria (più la seconda del primo, per la verità), che è l’editoria musicale italiana con i suoi annessi e connessi. Giornalisti compresi, appunto.
Fare i conti con se stessi comunque non è mai facile e in questo librone di trecento pagine (Gruppo Editoriale editore, 45 euro), impaginato stile patchwork come una rivista rock (indovinate quale), bisogna riconoscere che lo Stefani non ha clemenza di nessuno, neppure di suo padre. Nè di se stesso. Figuriamoci degli ex compagni di viaggio.
Si autosbeffeggia da par suo, insomma, mettendo in piazza decenni di errori e di abbagli, di guerre e di riappacificazioni, di passioni e di simpatica canaglieria con una disinvoltura che, diciamolo, non è comune rintracciare in quella maledetta categoria dei critici musicali.
Ovvio che, raccontando sessant’anni di vita, dei quali quaranta passati a rincorrere il rock and roll in tutte le sue salse (è stato giornalista e promoter, discografico e editore), il buon Max esponga semplicemente il suo punto di vista. Il che appunto non vuol dire che sia la verità assoluta.
Ma, tranne forse che riguardo agli episodi più recenti e spiacevoli, le cui ferite non sono evidentemente ancora rimarginate (ed anzi la battaglia è in corso), lo fa con un distacco, un’autoironia, un senso del grottesco, una scanzonatura e anche un cinismo assolutamente godibili. Anzi di più.
Chi bazzica il mondo della musica non avrà difficoltà a riconoscere, nella miriade degli aneddoti, le situazioni, le mode, i climi, gli scandali, le firme, i giornali, i concerti e le aggettivazioni ricorrenti che hanno marcato la visione italiana del pop dal 1962 ai giorni nostri. Esilaranti le caricature dei colleghi, illuminanti le descrizioni dei giochini e dei compromessi dietro le quinte, fantastici i retroscena (inclusa la fuga dal palco per diarrea di un noto cantautore canadese).
Divertente e mai nostalgica anche la rievocazione dei settarismi e delle scuole di pensiero che – decennio dopo decennio, testata dopo testata, recensore dopo recensore – orientavano il mercato e, di fatto, l’acquisto dei dischi. Le variegate “alleanze” pubblicitarie coi negozianti, le recensioni fatte un tanto al chilo. I vizi incoffessabili: di tutti e dello stesso Stefani, che non lesina i particolari.
Anche perchè – altro pregio del volume – questo “Wild Thing” si avvale di molti contributi scritti di chi, nella lunga carriera dell’autore, si è spesso scontrato con lui (leggendarie certe sue chiuse recensorie sui primi numeri di “Suono”, nei profondi anni ’70: “…e chi non è d’accordo con noi, 2001 lo colga“) e poi si è evidentemente riconciliato. O anche no. Ma cionostante Max gli ha offerto una tribuna, un cameo per dire la sua ed anche questo, alla fine, è un modo indiretto per parlarsi.
Irriverente il tono, irriverentissima ai limiti del sacrilego la copertina (tipicamente mucchiesca, direi, con Papa Woytila inginocchiato davanti a una Fender), irriverente l’approccio alla materia. Disincantato, fluido, per niente celebrativo. Pieno di sassolini e a volte di macigni tolti dalle scarpe ma lanciati in fondo con delicatezza, quasi distrattamente.
Insomma bisogna ringraziarlo, questo cazzone dello Stefani. Il suo Mucchio è stato una fucina di giornalisti buoni e meno buoni, di tendenze più o meno condivisibili, di scazzi clamorosi e di liti finite in carta bollata. Succede anche questo.
Ma ora che è tornato, alla fine del percorso, alla casa del padre (e cioè a quel “Suono” da cui partì con la leggendaria paginetta “Music box” nel 1972, mi pare), non possiamo che fargli un in bocca al lupo. Anzi, come si diceva ai tempi del primo “Mucchio Selvaggio”: happy trails.

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Posted in rockaroundtheroll 11 months ago at 13:00.

11 comments

11 Replies

  1. un rappresentante del forum del Mucchio lug 19th 2012

    ma che è l’alba dei leccaculi viventi?
    non vi siete accorti che è quasi tutto copiaincollato da voci di wikipedia?
    un rappresentante del forum del Mucchio

  2. Gentile coglione (e scusi se la chiamo per nome, visto che non si firma),
    se il forum del Mucchio è rappresentato da lei, è messo parecchio male. Quanto al culo, pensi al suo, che probabilmente ha seri problemi e, col fegato, le provoca qualche disturbo.
    Tanto premesso, sappia che per lei sto facendo un’eccezione, perchè normalmente non do seguito ai post di chi non ha le palle per rivelare la propria identità, ma forse sa (?) come dicevano i latini: repetita juvant. E quindi ne approfitto per ribadire il concetto, tante volte qualcuno se lo fosse scordato.
    Quanto al merito, appare chiaro anche ai sassi che, in un volume in gran parte compilativo quale è, dichiaratamente, quello di Stefani, la fonte delle notizie è pressochè irrilevante: che provengano da wikipedia o da microspie non fa differenza. Lui racconta la sua verità e la corrobora con gli apparati che ritiene opportuni.
    Il risultato è godibile. Il fatto che le affermazioni siano veritiere è un altro discorso e io l’ho fatto ben presente nella mia recensione.
    Non so, credo di sì però, se lei ha qualche motivo di risentimento personale verso l’ex direttore del Mucchio, che peraltro come ho specificato non è mio amico, o se fa solo parte di quel circo da bar sport che si diverte a litigare sui siti sposando le tesi delle parrocchiette dei fan di qualcuno contro i fan di qualcun altro.
    In ogni caso, non è il genere di attività nelle quali amo spendere il mio tempo.
    Se ha intenzione di dibattere con pacatezza e cognizione di causa su pregi e difetti di “Wild Thing”, si firmi ed esponga il suo pensiero.
    Se pensa invece di scatenare la solita bagarre, ha sbagliato blog.
    Buona rappresentanza e condoglianze ai rappresentati, S.T.

  3. Volevo solo precisare che “il forum del Mucchio” non potrebbe mai essere rappresentato da qualcuno che non si firma con nome e cognome.
    Il commento di cui sopra è insomma figlio di una iniziativa personale e non ha nulla a che spartire con il giornale o con le sue appendici in Internet.

  4. Era ovvio, ma precisare e’ sempre bene, perche’ cio’ che e’ evidente per le persone normali non lo e’ affatto per i coglioni, categoria dall’anonimo indubbiamente ben “rappresentata”.

  5. un mucchio di balle lug 20th 2012

    Egregio ‘rappresentante del Mucchio’

    sarà mica un troll? Mi spiego meglio. Scrive un paio di farsi che sembrano ‘copiate e incollate’ dai commenti di alcune ‘promesse leve’ della critica musicale, e assidui commentatori del forum de ‘Il Mucchio’. A dire il vero le frasi sono così tracciabili, tanto che ho facilmente individuato i singoli potenziali autori. Mi faccia capire: non è che è un banalissimo ‘fake’ costruito per l’occasione, giusto per alimentare le chiacchiere e magari gettare un pò di discredito su una rivista a lei poco simpatica? Sa, il dubbio viene leggendo il commento di risposta di chi è stato chiamato in causa come rappresentante del Mucchio…
    Spero venga pubblicata la mia domanda, anche se coperta da un nick name di fantasia, ma sa, Stefano come si dice in questi casi: i coglioni camminano in coppia! Non se la prenda a male Stefano, nulla di personale…con lei.

  6. Pubblicata. Sia per i toni, sia perchè lei fa domande e non affermazioni. E ora aspettiamo le risposte.

  7. Uhmm,a m viene voglia di leggerlo sto libro di Max.Non l’ho comprato perchè(sincero fino all’osso)al momento non posso permettermelo,forse al prossimo stipendio.Il Mucchio per me è stato praticamente un credo religioso.Non lo leggo da un anno mi sa,proprio non ci riesco più.Ho comprato Suono e non mi interessa,non ho mai capito un cazzo di Altà Fedeltà e mi sembra un po’ truffaldino vendere una cosa per un’altra.Comunque si,hai ragione Stefano,il percorso di Max è stato accidentato.Però è stato anche esaltante.Alla fine con il Mucchio sono volati stracci,e non credo che lui abbia gestito la faccenda benissimo.Il pezzo non mi sembra da leccaculo,forse un po’ breve,ma quella è una scelta tua.Ciao.M.

  8. Caro Michele,
    grazie del commento. Ad essere proprio sinceri il pezzo vero andrebbe scritto sul commento del coglione, dietro al quale si celano, oramai è chiaro, alcuni giochini fatti da presunti furbi. Perchè il coglione potrebbe rivelarsi anche doppio. Ma siccome non sono nato ieri, sto indagando e ci potrebbe essere da divertirsi.
    Quanto al libro, confermo la mia impressione: mica è un libro inchiesta, è un’autobiografia, per forza racconta le cose dal punto di vista dell’autore. Il quale, onestamente, in più punti ammette di aver compiuto delle sciocchezze. E comunque a me non sta a giudicare sulle sciocchezze o sulle sue questioni personali, ma sul volume. Che, ripeto, è godibile perchè ripercorre cronologicamente un lungo arco di tempo, condendolo di aneddoti e sfaccettature. Se poi, nella sporca guerra di risentimenti che lì si sta combattendo (e nel merito della quale non entro: ognuno avrà i suoi torti e le sue ragioni), qualcuno è così sciocco da non sapersi spogliare dei suoi panni di partigiano, peggio per lui.

  9. Caro Stefano,
    ho letto la tua recensione e ti dico che mi ci ritrovo al 90%. Il libro di Stefani è divertentissimo e, tra le tante cose, una miniera di informazioni sui retroscena della stampa musicale italiana; quelle stesse informazioni che avrei bramato avere venti o trent’anni fa quando leggevo ogni riga del mucchio con avidità. Poi le cose sono cambiate, per lungo tempo non l’ho comprato; dopo ho ripreso a leggerlo con continuità (ancora oggi) ma senza la passione di un tempo. Max Stefani mi pare uguale a quello del Mucchio del 1977-78 e forse ancora di più a quello di Music Box (che io ho letto “in differita” trovandomi in casa i numeri di Suono comprati da mio padre negli anni precedenti l’uscita del Mucchio). Pregi e difetti senza mediazioni. Il che, francamente, mi sembra più un bene che un male. La definzione di “cane sciolto” che lui stesso si dà mi pare perfettamente calzante.

  10. Francesco lug 26th 2012

    Ciao Stefano, bell’articolo, ma che te lo dico a fa? Il Mucchio è stato la mia porta sul modo del rock quando mi si sono affaccitao a fine ani 70 e lo divoravo, ora chiaramente la cosa si è raffreddata un po’ (e provaci a fare il rocker tra lavoro e 3 figlioli!) ma continuo a leggerlo anche dopo la dipartita del buon max che, e lo dice un ateo anticliericale, con tutta sta polemica sulla chiesa ogni 3 x 2 aveva un po’ rotto gli zebedei.
    Un saluto

  11. Ciao Francesco, grazie. Rocker però si nasce e si resta. Quanto al Mucchio, io lo abbandonai come lettura fissa quando ebbe il sopravvento la vena giovanilista, ma ho sempre continuato a bordeggiarlo come del resto tutta la stampa di settore. Anche a mente fredda, dopo essermi riletto il libro, resto convinto che lo Stefani resti un bel cazzone, nel bene e nel male, e che comunque, sempre nel bene e nel male, in Italia abbia fatto scuola. Poi, le questioni personali sono, appunto, sue.


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