Alta fedeltà

"Così nel mio parlar vogli'esser aspro" (Dante, Rime) – La blog-zine di Stefano Tesi

Lezioni di logica e d’aritmetica per giornalisti distratti

Oddio, lezioni non proprio. Diciamo pro memoria. Importanti, però. Perchè se si vuol fare il libero professionista i conti bisogna saperli fare. Mentre invece il 90% dei freelance italiani o sedicenti tali proprio non ne è capace. E i risultati si vedono. Continue Reading…

Posted 3 weeks, 3 days ago at 11:35.

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Facebook e le cordate per la scalata all’Eiger dell’OdG

Il più famoso social network fa irruzione nella campagna elettorale dei giornalisti per il rinnovo dei vertici dell’Ordine. Come? Sia con la propaganda diretta, sia con i gruppi. Nulla di cui scandalizzarsi. Ma non sempre tutto è trasparente. Continue Reading…

Posted 2 months, 2 weeks ago at 20:39.

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Dedicato a chi pensa che noi freelance siamo folklore.

E spesso te lo dice in faccia. A me accade da vent’anni. Cos’hai di diverso? La partita iva. Insomma, sei un ufo del giornalismo. Nel racconto di un collega rimasto scottato da poco, l’ennesima dimostrazione del perchè un censimento dei freelance serve. Eccome. Continue Reading…

Posted 2 months, 4 weeks ago at 08:58.

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E poi, la sera, si parlava di deontologia (giornalistica)

Le marchette sono le dita nel naso del giornalista, gli inciuci ne sono il rutto, le scorrettezze tra colleghi ne sono la bestemmia. Ma l’etica professionale è come l’educazione, si impara da giovani. Se qualcuno te la insegna, però. Continue Reading…

Posted 3 months, 1 week ago at 13:59.

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1° censimento freelance: cerco persone, non numeri.

Mi si dice che esistono già autorevoli statistiche. Lo so bene. Ma non mi interessano le cifre, bensì la gente. Che abbia volontà e interesse reale a dichiararsi libero professionista. Perchè tra “dire di” ed esserlo davvero, ce ne corre. Continue Reading…

Posted 3 months, 3 weeks ago at 23:52.

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L’egosurfing giornalistico e il paradosso del suicida.

Narcisismo digitale o informazione venuta dal basso? Le sciocchezze commesse in rete nel nome di un malinteso senso della notizia dilagano. E l’Ordine dei Giornalisti deve scendere in campo per difendere la professione dall’analfabetismo di ritorno. E magari di andata.

Soavi informazioni si sono intersecate oggi nell’aere virtuale. Sempre che informazioni possano ancora chiamarsi, visto che di questi tempi si tende a dare a ogni cosa in circolazione la dignità di notizia.
Queste però meritano, per la loro sottile correlazione, di essere ricordate.
Una giovane collega romana, Sara Stefanini, dà l’annuncio della pubblicazione di un libro (recensione, spero, a breve) intitolato “Giornalismo partecipativo o narcisismo digitale?”. “ll giornalismo partecipativo – spiega nella nota – dà voce a quei cittadini considerati da sempre passivi e avvolti dalla grande spirale neumanniana del silenzio. Il narcisismo digitale altro non è che l’altra faccia della medaglia. Chiamato anche egosurfing, è presente nell’Oxford English Dictionary già dal 1998 ed indica il presenzialismo su Internet. Ormai, l’informazione si costruisce insieme, nel piccolo grande villaggio globale, unito dalla Rete e diventato g-locale eliminando le distanze e dimezzando i tempi”.
Più o meno nello stesso momento, arriva (qui) un comunicato stampa dell’OdG della Toscana dal titolo tragicomicamente surreale: “Come un giornalista deve trattare i casi di suicidio”. Segue breve promemoria ad uso di colleghi, aspiranti e sedicenti.
Del come e del perché le due cose siano correlate, gli esempi si sprecano.
Mesi fa a Siena, per citarne uno, c’è stato il caso dell’ennesimo dilettante dell’informazione (ops! Dovevo forse dire, in modo politicamente più corretto e democratico, anzi egualitaristico, citizen journalist? O giornalista partecipativo?) che con disinvoltura ha pubblicato sul solito sito internet tutti i dettagli sul suicidio di un giovanotto. Compresi nome, cognome, indirizzo, circostanze, metodi e note biografiche. Insomma, le generalità complete, e anche oltre, del poveretto. E ha completato la perla graziosamente e pubblicamente ringraziando, in calce, il maresciallo dei Carabinieri che gli aveva fornito le informazioni.
Un vero capolavoro dell’antigiornalismo insomma, che tra grida di esecrazione ha fatto saltare sulla sedia, è ovvio, i veri giornalisti.
Veri? Veri chi? Quali? Quelli che hanno in mano il fatidico “tesserino”? Ma per favore. Magari sono gli stessi che hanno “passato” il pezzo al desk, lasciandolo tale e quale.
La realtà è che il livello medio di preparazione per l’accesso alla professione è così basso, anzi infimo, che la gente ormai diventa giornalista senza avere la più pallida idea di cosa comporti esserlo. Incluso l’abc deontologico, le quattro-informazioni-quattro senza le quali a nessuno dovrebbe essere neppure messa in mano una penna per scrivere qualcosa su un giornale. Perché è questo che alla fine dei giochi parifica di fatto, beffardamente, l’inadeguatezza del titolato e quella del non titolato: è la vecchia teoria dei todos caballeros, la fanfaluca dell’informazione “dal basso”, la pseudodemocrazia che tanto piace ai demagoghi. Tutti siamo tutto. Olè.
Ma l’ignoranza degli ignoranti è una colpa? Verrebbe da dire di no. Eppure nemmeno questo è vero. La consapevolezza della propria inesperienza, invece che tracotanza, dovrebbe casomai suggerire prudenza. Ovvero la necessità di informarsi, chiedere consigli, essere cauti. E invece i giovani colleghi (e spesso ancora nemmeno tali), cresciuti a pane e ansia da scoop, ci danno dentro. “Ho svelato il nome del morto”, pensano, questa sì che è una notizia.
Di sicuro e parallelamente, però, l’ignoranza non è neppure la più grande delle colpe. Perché ai giovani allo sbaraglio qualcuno avrà pure il dovere, la responsabilità di insegnare.
Una volta questo compito spettava agli scafati, pazienti, burberi colleghi anziani, maestri nell’uso del bastone e della carota. Ora che gli anziani non ci sono più in quanto prepensionati, oppure in quanto entrati nella professione da ignoranti e tali rimasti, il vuoto è totale. Non solo manca la conoscenza, manca la fonte della medesima.
Ed ecco che l’Ordine si trova a dover fronteggiare questo analfabetismo giornalistico di ritorno con l’iniziativa detta.
Sia chiaro: davanti a casi come quello riportato, ogni mezzo è buono per arginare la circolazione di notizie sbagliate o dannose. E quindi ha fatto bene il presidente regionale Carlo Bartoli a prendere il toro per le corna.
Ma è paradossale pensare che i professionisti dell’informazione abbiano bisogno di reminder e addirittura di filmini esplicativi (caricati, per non lasciare nulla d’intentato, sia sul sito dell’Ordine, sia sulla pagina FB del medesimo, sia addirittura su youtube) per applicare i fondamentali della loro professione.
Incerti del mestiere, si potrebbe dire.
O del narcisismo digitale? O dell’egosurfing? Boh…

Posted 1 year, 2 months ago at 17:22.

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OdG: l’immancabile lezione dell’”esperto americano”.

Chi si ricorda la vecchia pubblicità dei rapinatori asserragliati in banca e la polizia che ingaggia il superpoliziotto Usa per stanarli? Ecco: “stimolato” da un post di Antonello Antonelli sull’elenco dei pubblicisti arriva il collega Wolfgang Achtner a dirci qui cosa bisogna fare. Ma con un spocchia e una superficialità fastidiose. Ecco la mia risposta.

Caro Achtner,
ho letto le tue recenti considerazioni sul giornalismo italiano e i suoi problemi.
Con tutto il rispetto per il tuo curriculum e la tua autorevolezza professionale, che non discuto, non credo tu possa impartire lezioni su temi che evidentemente non conosci bene o che non cogli nella loro complessità.
E in tutta franchezza non credo neppure nella superiorità del modello anglosassone al quale così platealmente ti rifai e che, con pari supponenza, dai per scontato essere in assoluto quello di riferimento, proponendo continui e un po’ spocchiosi confronti.
Non sto qui ad elencare i copiosi esempi, peraltro noti, coi quali potrei dimostrare i punti deboli di quel modello, anche perché in questa sede il punto non è stabilire quale dei due sia il migliore, ma capire come, dove e perché il sistema del giornalismo italiano ha bisogno di una riforma.
E questa riforma, credimi, oggi necessita di tutto fuorchè dell’abolizione dell’Ordine.
Ti chiarisco che non ho interessi personali o poltrone da difendere: sono un critico feroce della categoria, dell’Ordine e del sindacato. Ma non per questo penso che, troppo semplicisticamente, si debba buttare via il bambino con l’acqua sporca.
Dispiace poi che molti dei tuoi argomenti siano intrisi di luoghi comuni risaputi e anche snob. Come l’affermazione, tra il ridicolo e l’offensivo, che tutti i giornalisti italiani sarebbero figli di giornalisti e schiavi della politica. E che il sistema sarebbe “chiuso”. Forse lo è quello delle tue frequentazioni, molto alte e istituzionali, ma se (come predichi in teoria, secondo appunto il “modello anglosassone”) mettessi davvero il naso nelle centinaia di redazioni, grandi e piccole, sparse per l’Italia, di renderesti conto di una realtà ben diversa.
Piena di problemi, senza dubbio. Problemi di identità, di professionalità a volte, ma non certo di chiusura.
Ti pare chiuso un organismo che annovera 110.000 membri e al quale si accede – caso più unico che raro al mondo, credo – con qualsiasi titolo di studio e senza superare alcuna prova, test, selezione? E non ti pare che questa bizzarra quanto occulta forma di liberismo professionale (c’è un ordine, ma può entrarci chiunque, senza reali filtri) somigli parecchio, nei fatti, alla realtà in cui operano i presunti “maestri” americani o inglesi, dove “giornalista lo è chi lo fa, nel senso che si diventa un giornalista nel momento in cui qualcuno accetta di pagarti per un articolo, servizio radio o quello che è”? L’unica differenza è che qui quasi nessuno ti paga e quindi, secondo la tua logica, dovrebbero essere in pochissimi a diventare giornalisti.
La recente sentenza della giustizia Usa sul caso della blogger Crystal Cox (qui) dovrebbe inoltre farti riflettere sul fatto che anche da voi, nella patria del presunto “libero giornalismo”, sta cominciando per fortuna a far breccia un concetto che a noi “primitivi” italiani è ben chiaro da tempo: ogni attività ha bisogno di una regolamentazione e ciò non al fine di renderla meno libera, ma viceversa perché la vera libertà si ha solo se vi sono regole certe all’interno delle quali operare. Altrimenti la libertà diventa un’opaca anarchia.
Quanto alla reclamata indipendenza dei giornalisti angloamericani dal potere, beh, ci sorrido sopra e vado avanti.
Non sto a contestare qui neppure altre tue accuse gratuite, tipo quella secondo cui in Italia i giornalisti a volte copiano le corrispondenze dei colleghi stranieri, come se a parti invertite ciò non accadesse o come se i colleghi stranieri, spesso proprio americani, non si coprissero di ridicolo spacciando per epocali scoperte giornalistiche le più ovvie banalità sul nostro e altri paesi, magari riportate per sentito dire.
Torniamo al punto, invece.
Che l’Italia abbia sue peculiarità culturali, a volte incomprensibili per gli stranieri, e che queste si riverberino anche nel giornalismo, non si dubita. Normale quindi che, come scrivi, da americano le possa trovare assurde.
Dubito invece del fatto che esse siano automatico sintomo di inferiorità o di inadeguatezza. Al massimo sono sintomo di diversità. E non credo che esista da parte nostra il dovere aprioristico, sebbene da te sottolineato addirittura in maiuscolo, di adeguarsi alle logiche altrui, come le tue argomentazioni vorrebbero invece far intendere.
Se avessi indagato un po’ meglio su come funziona il nostro sistema, invece di rifarti a pregiudizi risalenti oltretutto a 15 anni fa, preistoria rispetto ad oggi, ti saresti reso conto che da noi il “merito” viene poco riconosciuto non perché ci siano troppe regole e cavilli, ma perché ce ne sono troppo pochi. Perché la liberalizzazione di fatto (“Todos caballeros”, come in Usa) che imperversa da un decennio nella professione ha creato un “giornalistificio” che sforna ogni giorno nuovi giornalisti, tutti in teorica concorrenza tra loro e quindi “liberi”, ma nella sostanza impossibilitati a lavorare degnamente (ovvero pagati) per mancanza fisica di spazio e di margini di guadagno. Costoro “vanno per strada” esattamente come predichi tu e lì imparano il mestiere. Poi, però, restano al palo. Altro che lacci e lacciuoli dell’Ordine. Ecco gli effetti del “libero mercato” e della “concorrenza” sulla professione. Parli di assunzioni nepotistiche, ma forse non ti sei accorto che da anni non si assume quasi più nessuno, perché, in mancanza di regole, è più conveniente appaltare i lavori fuori dalle redazioni, dove non a caso si produce il 70% del pubblicato.
Insomma il nocciolo della questione è esattamente l’opposto di quello che dici. Ma tu vieni a darci lezioncine dal “mondo vero”. Per favore…
L’Ordine (se poi non ti piace la parola perché ti rievoca – che noia, però! – i soliti fantasmini fascisti a orologeria, possiamo dargli anche un altro nome, ma la sostanza non cambia) serve a fungere da cornice alla professione, a dare regole certe e a controllare il rispetto delle stesse, stabilendo i criteri per l’ottenimento della qualifica professionale. Si possono mutare i modi, ma non il principio. Il sistema professionisti/pubblicisti, strambo quanto vuoi, ha funzionato piuttosto bene finchè non è degenerato, o meglio finchè non si è omesso per troppo tempo di adattarlo alla mutata realtà della professione.
Se ciò è accaduto, occorre rimettere l’istituto nelle condizioni di funzionare, non abolirlo per il semplice gusto di “liberalizzare”, scimmiottando altri paesi.
Questa è la reale necessità del giornalismo italiano. Che come tutti ha le sue pecche e i suoi limiti, ma per essere migliore non ha certo bisogno di omologarsi a modelli altrui.
Criticare va bene, per carità. Spesso un occhio estraneo sa cogliere meglio certe storture. Ma forse ci vorrebbe anche più rispetto e un briciolo di maggiore approfondimento. Ad esempio comprendere che, ad oggi, il governo non ha affatto deliberato alcuna abolizione dell’elenco dei pubblicisti e che si tratta per ora solo di un’ipotesi tecnica nell’ambito di più ampi e articolati provvedimenti legislativi.
Come vedi, a volte la realtà è più complessa di come sembra a chi è abituato a un modo “semplice” di concepire le cose.
A tua disposizione per qualsiasi chiarimento.
Saluti, S.T.

Posted 1 year, 4 months ago at 14:43.

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Huxley, il giornalismo e le “porte” della professione.

In uno “sfogo notturno” (qui) il collega Antonello Antonelli fa una riflessione sulla riforma dell’Odg e sul problema dell’accesso all’Ordine, che a suo giudizio rappresenta (giustamente) il punto focale della questione. Questa è la mia risposta.

Caro Antonello,
sai già che condivido la tua posizione, ma voglio andare più a fondo.
Partendo, appunto, dal fondo: si parla di “professione”. Anzi, nel nostro caso di “professione intellettuale“.
Per brevità, attingo da Wikipedia, che mi pare ne dia una definizione corretta: “Attività esercitata in modo continuativo a scopo di guadagno, di natura prevalentemente, anche se non sempre esclusivamente, intellettuale, il cui esercizio richiede una peculiare formazione culturale, scientifica e tecnica; si caratterizza per l’autonomia decisionale nella scelta delle modalità di intervento e per la responsabilità diretta e personale sul proprio operato“.
Bene.
Ma una professione la si “esercita” direttamente o prima ci si “accede“?
Cercherò di districarmi tra le difficoltà lessicali dovute al fatto che, in italiano, il termine “professionista” ha sia il significato a) di “persona che esercita una professione” che b) di “giornalista iscritto all’elenco dei professionisti” (in contrapposizione agli iscritti nell’elenco dei giornalisti pubblicisti).
Cominciamo dicendo che nel nostro ordinamento, organizzato per “ordini” (non entro nel merito della spercifica querelle, sennò non se ne esce più), per essere considerati professionisti (nel senso “a”), una professione non basta esercitarla, ma prima bisogna accedervi, cioè essere iscritti all’apposito albo. Ovvero superare una serie di prove tendenti a dimostrare che il candidato è in possesso della “capacità professionale“, intendendo per tale quell’insieme di nozioni, capacità, destrezza, familiarità, consapevolezza, principi deontologici ritenuti indispensabili nella figura del professionista (sempre in senso “a”).
In questa prospettiva, nulla cambia quindi se ci si riferisce ai “professionisti” (in senso “b”) o ai pubblicisti: tutti e due, per qualificarsi giornalisti, devono dar prova dell’acquisita capacità professionale.
I primi superando l’esame di stato. I secondi passando al vaglio degli ordini regionali, dopo aver frequentato un corso, sostenuto un colloquio e dimostrata la propria professionalità producendo la prova di un’attività continuativa di almeno 24 mesi e di 60 articoli, firmati e/o certificati dal direttore, nonchè CONGRUAMENTE retribuiti. Risottolineo il congruamente, che alla fine è la grande scriminante della faccenda.
Ora, se è vero che la figura del pubblicista, come delineata dalla legge 69/63, ha fatto il suo tempo e che sono nate all’interno della professione molte nuove figure (liberi professionisti, precari, cococo, etc), il principio non cambia: alla professione si deve “accedere”.
Ed è diritto/dovere dell’ordine tenere alta l’asticella quanto basta a svolgere un’effettiva selezione basata sulla preparazione degli aspiranti. Nonchè, aggiungo, vigilare sulla consistenza della massa professionale e, senza ovviamente mai impedire l’accesso a chi ne ha diritto, cercare comunque di governare la categoria allo scopo di garantire il massimo degli sbocchi professionali e/o di evitare gli esuberi.
Non entro, per brevità, nel nodo della preparazione universitaria perchè rimango convinto che, in un giornalista, cultura generale e “mestiere” imparato sul campo siano due qualità parimenti indispensabili e pertando non alternative.
Come vedi non entro nemmeno nel merito della questione pubblicisti sì/pubblicisti no, perchè secondo me è fuorviante. E’ evidente che, per come stanno oggi le cose, per me la risposta è “pubblicisti no“.
Ma nel senso che, per adeguare il sistema alla realtà, è necessario allargare la nozione di “giornalista professionista” estendendola appunto a una serie di figure diventate oggi numerosissime, se non prevalenti, nell’esercizio della professione: precari, freelance, autonomi.
Come? Mantenendo il requisito obbligatorio del superamento dell’esame e condizionando l’ammissione a questo alla dimostrazione dello svolgimento dell’attività in via esclusiva e/o (anche redditualmente) prevalente, nonchè sganciando il parametro del reddito minimo da quello del praticante (cioè dell’anello più basso dei “contrattualizzati”) per agganciarlo a quello del costo della vita.
In pratica, potrà diventare giornalista professionista chiunque eserciti la professione ricavandone un reddito superiore a un minimo indispensabile individuato ex lege in base a una serie di indici socioeconomici.
Butto lì, ad oggi: 12mila euro annui? Non credo si possa campare con meno. Nè che a un professionista si possa chiedere di ricavare di meno.
Questo tipo di soluzione porterebbe almeno tre benefici:
- consentirebbe di “regolarizzare” tra i professionisti (in senso “b”) tutti i giornalisti che oggi operano professionalmente, ma sono ingabbiati per ragioni formali nel recinto dei pubblicisti;
- si disincentivebbe (ammesso che sopravviva) l’assalto all’elenco dei pubblicisti come “primo stadio” della professione: esso tornerebbe alla naturale funzione di nicchia che raccoglie chi, nel rispetto dlla deontologia, scrive ogni tanto, ma nella vita fa altro;
- con l’istituzione della soglia di reddito nel senso sopra illustrato si introdurrebbe – come proposi all’assemblea per la “Carta di Firenze” – anche una sorta di tariffario di fatto: introducendo una soglia di reddito relativamente elevata, si svuoterebbe di senso e di scopo pure l’accettazione e/o la pratica di compensi bassi o ridicoli, che rappresentano oggi lo specchietto per le allodole rivolto agli aspiranti giornalisti e costituiscono uno dei mali profondi della nostra categoria, nonchè la vera “benzina” del giornalistificio.
Per concludere: è sempre e solo una questione di qualità. Se si arriva a comprendere che la penna in mano a un giornalista può costituire, secondo chi la impugna, una risorsa o un pericolo per la comunità, esattamente come un bisturi in mano a un chirurgo a seconda che costui sia preparato o meno, non ci saranno più dubbi nel ritenere indispensabile l’individuazione di soglie molto selettive per l’accesso alla professione.
Altrimenti, come ho detto altre volte, declassiamo il giornalismo al rango di hobby letterario e diamo a tutti una patacca da mettere sul bavero della giacca.
Ma poi non lamentiamoci se l’informazione va a picco.
Ciao, S.

PS: a questo punto il lettore si chiederà che c’entra Huxley con tutto questo. Risposta: niente. E’ che nel titolo ci stava troppo bene. Ai più maliziosi potrei dire invece che, vista l’aria che tira nel settore, un po’ di mescalina per dimenticare non ci starebbe male…

Posted 1 year, 4 months ago at 13:07.

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Caso pubblicisti: e se, per far dispetto alla moglie…

Dal 18 al 20 gennaio si riunirà nuovamente il Consiglio Nazionale dell’Odg per tentare di trovare una soluzione alla spinosa questione. Speranze? Quasi zero. Perchè c’è chi, invece di accontentarsi di ciò che finora ha avuto, pretenderebbe di averlo per sempre. Rischiando di trascinare a fondo l’intera categoria.

A leggere tutte le sciocchezze che si scrivono a proposito dell’ormai notissima questione dell’abolizione dell’elenco dei pubblicisti c’è da restare strabiliati.
Non tanto per la portata, pur a volte enorme, delle topiche. Ma per il fatto che nella stragrande maggioranza dei casi esse provengono proprio dai giornalisti, cioè dai diretti interessati (nonchè i teorici, anzi molto teorici a giudicare da ciò che dicono, addetti ai lavori).
Dal 18 al 20 gennaio è in programma a Roma una nuova riunione del Consiglio Nazionale dell’Ordine, dopo quella del dicembre scorso, nel vano tentativo di trovare una soluzione al caso. Vano perché il consiglio stesso, già abitualmente spaccato in schieramenti trasversali, è stavolta diviso pure verticalmente tra coloro che di solito si sparpagliano tra “partiti” diversi: ovvero tra pubblicisti (73 membri) e professionisti (77). Difficile sperare in un’intesa.
In pratica, è un muro contro muro. In cui i primi, in mancanza di prospettive e di vie d’uscita, preannunciano una difesa della posizione fino alla morte. E in cui i secondi, sospesi tra un disinteresse sostanziale e il sussiego che si riserva alle cose che non ti toccano da vicino (ma da lontano sì, visto che le quote di 80mila pubblicisti sono linfa per l’organizzazione), spesso buttano lì proposte miranti, più che altro, a evitare travasi di massa da un elenco all’altro. Così, chi dice cose sensate finisce per non essere ascoltato né dagli uni, né dagli altri.
Aldilà di tutto, una sola cosa sembra certa. Tanto che ormai tutti la danno per scontata: dal 13 agosto 2012, bisogna dire addio ai pubblicisti. Il dado è tratto. Sul perché quest’esito sia ineluttabile, mi sono già espresso (qui) e non ci torno sopra. Rimando ai numerosi post che l’ottimo collega Antonello Antonelli ha pubblicato sul suo blog (ad esempio qui).
Gli interrogativi a cui dare una concreta risposta rimangono invece due:
1) Nelle more, i consigli regionali dell’OdG possono nominare nuovi pubblicisti?
2) E, professionalmente parlando, che fine faranno quelli che già lo sono?
Mentre al primo quesito la risposta logica parrebbe essere “no”, perché non avrebbe senso creare nuovi giornalisti “a termine” (ma – memento! – siamo in Italia, la patria delle acrobazie dialettiche e dei compromessi creativi), quella al secondo necessita di maggiori articolazioni.
Piace per praticabilità e buon senso quanto suggerito dall’ex presidente dell’Ordine lombardo, Franco Abruzzo: “congelare” i pubblicisti in una categoria ad esaurimento, destinata così ad estinguersi col trascorrere del tempo, in modo naturale.
Sarebbe forse la soluzione meno dolorosa, ma anche la più compromissoria, perché di fatto lascerebbe pressoché inalterato lo status quo della professione, ovvero un’anomalia per la quale in Italia, contro la normativa europea, esistono decine di migliaia di soggetti iscritti a un albo professionale senza aver superato alcun esame di stato.
Un’altra ipotesi, più pragmatica della precedente ma bisognosa di criteri ben definiti e di meccanismi applicativi non facili da individuare, è invece quella di stabilire una soglia reddituale al di sopra della quale sia possibile, per i pubblicisti che esercitano di fatto la professione in modo esclusivo o prevalente, accedere all’esame e “passare” professionisti. Una soglia bassa a sufficienza da non costituire un ostacolo insormontabile (soprattutto in tempi di crisi e quindi di bassi redditi) e alta a sufficienza da garantire di fungere da autentico filtro tra “professionali” e non.
Il problema è che, in seno al Consiglio dell’OdG, il blocco dei pubblicisti (o meglio, quello di coloro che formalmente li rappresentano ma che non sempre, in verità, riflettono il pensiero della categoria) sembra tacciare di “barzelletta” qualunque proposta diversa dall’insostenibile mantenimento dell’attuale assetto ordinistico. Una posizione che non solo manca di realismo, ma va contro gli interessi sostanziali di tutti quei giornalisti che, per continuare a esercitare la professione che dà loro concretamente da vivere, hanno invece bisogno come l’aria di una soluzione rapida, equa e praticabile. Ad esempio quella ipotizzata di Michele Partipilo, che a fianco dell’idea di un “contenitore ad esaurimento”, per i pubblicisti prevederebbe anche il mantenimento di una rappresentanza all’interno degli organismi professionali e la possibilità per chi lo vuole di accedere, entro un quinquennio e via la frequentazione di corsi di formazione, all’esame di stato.
Certo, non è una prospettiva incoraggiante per chi finora ha vissuto d’altro, praticando il giornalismo per hobby.
Ma occorre rendersi conto che i tempi per una riforma radicale del sistema erano maturi da un pezzo e che, diciamolo, l’agonia di quel calderone residuale che era diventato l’elenco dei pubblicisti è durata fin troppo.
Lo capiranno, i nostri eroi?
O faranno come qualcuno che, per far dispetto alla moglie…finirà per nuocere a tutti?

Posted 1 year, 4 months ago at 22:01.

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“Ciornalista” in mezz’ora più fotocopie? No, grazie.

Fa discutere l’articolo del collega Stefano Casertano sul giornale online Linkiesta (qui): in Germania, dice lui, si diventa giornalisti in venti minuti, presentando qualche copia del proprio pubblicato. Il che, a suo parere, dimostrerebbe la bontà del sistema teutonico e la natura addirittura “fascista” del nostro. Ma siamo sicuri?

Il vero problema, nell’attualissima discussione sulla paventata abolizione dell’elenco dei pubblicisti e sulla connessa questione dell’abolizione dell’Ordine dei Giornalisti, nonchè sulle modalità di accesso al medesimo, è che spesso l’argomento è affrontato in modo ideologico e senza nozione di causa.
L’apriorismo è, sia nel pro che nel contro, un pessimo consigliere. Soprattutto quando l’opinione pubblica è in preda a ondate emotive che, nell’esasperare i toni, mascherano anche gli aspetti tecnici, legali, specialistici che sono i reali fondamenti della materia.
Non conosco personalmente Stefano Casertano, un collega (pubblicista, credo, poichè dichiara di lavorare all’università di Berlino come professore aggregato in politica internazionale) che sul giornale on line Linkiesta ha scritto giorni fa un articolo intitolato “In Germania bastano venti minuti per diventare giornalista professionista“. Ma non ho motivo di credere che Casertano sia disinformato sull’argomento, come invece evidentemente sono molti dei commentatori intervenuti in rete. Quindi attribuisco la sua posizione ad una convizione ben ponderata.
Che rispetto, ma non condivido affatto. Sia per il suo assunto tendenzialmente demagogico, sia perchè, a mio parere, confonde tra loro due questioni in realtà nettamente separate.
Mi spiego.
Chi mi consente di scrivere le mie quattro parole su questo giornale – chiosa a commento del progetto governativo di abolizione dei pubblicisti – mi ha comunicato con tono consolatorio: ‘toccherà farti diventare professionista, tranquillo’. Ho subito rifiutato. Non sono voluto entrare nella casta accademica italiana, figuriamoci se accetto di entrare in un ordine statalista per esprimere il libero diritto di scrivere. O meglio, accademico lo sono diventato, ma in Germania. Forse qui diventerò anche giornalista professionista: basta qualche fotocopia di articoli pubblicati, una dichiarazione della redazione, 50 euro e una ventina di minuti“.
Già il vietissimo ricorso all’espressione “casta” mi disturba un po’, segno evidente che Casertano ha un’idea abbastanza vaga e molto prevenuta della realtà odierna della professione. Altro che casta: se vivesse questo lavoro dal di dentro lo saprebbe benissimo. Ma non a caso fa il professore. E, scrivendo, dice anche di esercitare un “libero diritto”.
Anche su questo dissento. Non sul diritto, ci mancherebbe. Fare il giornalista però, o meglio essere giornalista, non significa semplicemente esprimere le proprie idee attraverso la scrittura (su un giornale o meno), cosa lecitissima a chiunque. Significa viceversa farlo per lavoro, ovvero all’interno di un insieme di norme e di una catena di responsabilità specifiche che attengono alla sfera professionale e sono dettate dalla legge 69 del 1963 che ha istituito, appunto, l’OdG.
Sia chiaro: si può condividere o meno la bontà e la necessità dell’esistenza degli ordini, non è questo il punto. Il punto – fondamentale, però – è casomai che scrivere (per diletto, passione, hobby) è una cosa, scrivere articoli per mestiere è un’altra, scriverli per secondo lavoro (cioè da pubblicisti, cioè da persone che, pur vivendo di altri redditi, sono giornalisti a tutti gli effetti e quindi legati alla normativa di cui sopra, prevista per la categoria: deontologia, catena di controllo, equi compensi, iscrizione all’albo, etc) un’altra ancora.
Perché tappare la bocca a chi scrive – continua poi Casertano – è un attentato contro la libertà di lavorare e di esprimere le proprie idee, e di essere pagato per farlo. E’ un segnale latente di dittatura democratica, indice di arretratezza e viltà professionale. Caro prof. Monti, non dimentichi che le corporazioni sono robaccia da fascisti, e qualsiasi atto teso al loro rafforzamento è, tecnicamente, un atto fascista. Sta chiudendo le porte alla rivoluzione del giornalismo digitale, al citizen journalism, al blogging. Peraltro, non servirà a nulla: basterà varcare il confine per qualche minuto – o qualche anno, se continua così“.
A parte il rituale agitamento dello spettro dell’Ordine “fascista” (che noia: spesso viene da pensare che sia una banale questione di nome e che cambiando sostantivo il problema formale sarebbe risolto), mi pare fuorviante anche l’appello a certe icone tanto predilette da certa intellighenzia: citizen journalism, blogging eccetera.
Nessuno nega l’importanza che l’avvento del web e l’opportunità non solo di far circolare rapidamente le notizie, ma anche la possibilità per chiunque di accedervi (la rete e i blog sono tuttavia fonti, non organi di informazione) rappresenti un’enorme novità, destinata ad avere grande impatto sulla società. E’ però proprio dalla ciclopica mole di notizie, dalla loro velocità e dalla facilità nel produrle e nel diffonderle che il ruolo del giornalista – anzi, la necessità della sua professionalità – esce rafforzato. In un mondo globale, intercorrelato e connesso, la capacità di gestire le informazioni, verificarle, soppesarle, filtrarle, cernirle non può essere affidato, se non si vuole correre l’altissimo rischio di un’informazione distorta, manipolata e propagandistica, a soggetti che non ne abbiano da un lato la capacità professionale e dall’altro una responsabilità soggetta a un controllo organizzato e super partes, a garanzia di indipendenza.
Ciò a cui è appunto demandato oggi, in Italia, l’OdG.
Il fatto che, in alcuni paesi esteri, un Ordine dei giornalisti non ci sia (ma esistono organismi spesso analoghi, che sanciscono e regolamentano l’appartenenza alla categoria, cosa che i militanti antiordine fingono di ignorare) o che sia irrisorio accedervi, non significa nè che il problema non si ponga, nè che lì le cose vadano meglio che da noi.
Personalmente, sono anzi convinto del contrario.
E non perchè abbia alcun interesse a difendere una “casta” di cui, come sanno i lettori di questo blog, sono un critico severissimo. Solo che buttare via il bambino con l’acqua sporca mi pare un grave errore. E credere che una “liberalizzazione”, consistente nell’abbattimento di qualsiasi soglia di accesso alla professione, sia un grande passo avanti per la libertà di informazione, altrettanto. Così come non ho mai creduto che il 18 politico facesse migliore l’università o fosse un’espressione più alta e diretta dell’esercizio del diritto allo studio.

Posted 1 year, 4 months ago at 22:15.

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