Alta fedeltà

"Così nel mio parlar vogli'esser aspro" (Dante, Rime) – La blog-zine di Stefano Tesi

Se certi antichi compagni di viaggio non tornano più.

E’ scomparso ieri a nemmeno sessant’anni Giacomo Di Iasio, un collega con cui ho condiviso – prima che le carriere prendessero strade diverse – i primi anni della professione. Non lo vedevo da tempo, anche se ci sentivamo ogni tanto. Ora non succederà ancora.

Quando ti conosci che sei professionalmente in fasce e poi fai un lungo percorso parallelo, perdendoti e ritrovandoti ciclicamente, tendi sempre a credere che il tuo compagno di viaggio sia quello che avevi conosciuto allora, dieci, venti, trent’anni prima. Un po’ perché i lunghi intervalli fanno crescere il numero delle cose da raccontarsi, un po’ perché il primo imprinting è quello che non si scorda mai.
Così, io mi ricordo del giovane Giacomo Di Iasio che lavorava da principiante o quasi all’ufficio stampa del Consiglio Regionale della Toscana e io che da altrettanto principiante muovevo i primi passi come corrispondente di fatto da Firenze per l’allora Giornale di Montanelli.
Il quel periodo ci frequentammo parecchio, quasi tutti i giorni, per qualche anno. Poi le carriere si divisero, io mi dedicai a altre cose, lui si trasferì altrove e il destino ci ha fatto reincontrare così alcune volte, sempre per ragioni di lavoro, ma con lunghe pause. Ogni volta stessa cordialità, pacche sulle spalle e qualche risata sui tempi andati.
Poi adesso accendo il pc e trovo messaggi di cordoglio. Io non sapevo neppure che fosse malato. Eravamo amici, non eravamo amici? Solo colleghi che si stimavano? Boh, non è che abbia troppa importanza.
So soltanto che in questo 2011 è la quinta volta che mi tocca scrivere un post in memoria di qualcuno che è scomparso e che non aveva neppure sessant’anni.
E non è bello.
Adieu.

Posted 1 year, 6 months ago at 09:13.

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La dignità, i giornalisti: un tenue filo di conoscenza.

In ottobre, a Firenze, un evento dedicato ai “giornalismi” e alle praticabili vie per ridare un profilo dignitoso a una professione dalle ormai troppe facce. Mission impossible alla quale, da bravo “pessimista costruttivo”, non mi sottrarrò. A condizione che…

Come tutte le cose, anche la dignità ha un principio e una fine. Senza l’uno o senza l’altra, resta un concetto vago, indeterminato.
Prendiamo ad esempio – argomento ahimè attualissimo: ahimè nel senso che è di attualità sostanziale da almeno quindici anni, ma è diventato “di moda” solo da poco, quando i buoi sono irrecuperabilmente scappati dalla stalla – la dignità di un libero professionista.
Si fa presto a dire che la sua dignità è lesa quando non trova lavoro, o è costretto ad accettare compensi umilianti, o tempi di pagamento infiniti, o incarichi non consoni alla sua preparazione e alle sue qualità professionali. Bella scoperta. Questo è l’inizio. Poi, però, c’è la fine. Ovvero: fino a che punto il professionista è tenuto ad accettare quanto sopra prima di rinunciare alla propria dignità? In altre parole: a partire da che punto egli per primo manca di rispetto a se stesso, sacrificandola, ed è quindi l’artefice di ciò di cui si lamenta? Dove finisce la vittima e comincia il masochista? E a chi, quando, come, perchè spetta di vigilare, accertare, intervenire, sanzionare, regolamentare la materia? In tutto ciò i contrattualizzati che ruolo e quale responsabilità hanno? Sono colleghi o controparti? Non sanno, non capiscono o fingono di non vedere? O semplicemente se ne fregano?
Sono domande che i giornalisti e le loro organizzazioni non amano sentirsi porre, perchè recitare il ruolo delle vittime di una controparte cattiva e sfruttatrice piace a tutti. Piangere, paga. Se non in denaro, anche in solidarietà, in ruolo sociale e nella convinzione di stare a priori dalla parte del giusto.
E invece non è così. Lo sanno tutti, ma fanno finta di non capire.
Dell’argomento mi sono occupato tante altre volte (ad esempio qui, qui e qui). Ma stavolta è diverso, perchè è stata annunciata un’iniziativa tanto tardiva quanto encomiabile: la conferenza intitolata «Giornalisti e giornalismi», organizzata da Ordine nazionale dei Giornalisti, Fnsi, OdG Toscana e Assostampa Toscana e prevista a Firenze ad ottobre 2011.
Scopo dichiarato: la stesura della Carta di Firenze, ovvero “uno strumento deontologico innovativo per disciplinare modelli virtuosi di collaborazione tra giornalisti e cooperazione con editori e per cementare ancora la fiducia tra stampa e lettori. La carta normerà condotte e comportamenti che potranno diventare anche oggetto di procedimento disciplinare ordinistico o sindacale in caso di violazione”.
Potrà sembrare fuffa per addetti ai lavori, un’occasione per parlarsi un po’ addosso. E invece potrebbe essere un crocevia per la professione.
Lo sarà se nell’occasione la categoria riuscirà finalmente a uscire dai minuetti politici, dalle ipocrisie delle reciproche e inutili legittimazioni formali, dalla retorica della pari (ma inesistente) dignità tra le diverse tipologie dei colleghi. E se saprà guardarsi in faccia senza troppe timidezze. Rendendo esplicito ciò che è già in atto, ma sottaciuto: l’annacquamento forzato e colpevolmente artificioso della categoria da un lato, la caduta a picco sia delle opportunità di lavoro che dei suoi margini economici.
Se, anche, riuscirà a far piazza pulita Continue Reading…

Posted 1 year, 11 months ago at 08:30.

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Freelance decrescenti/4, il bilancio. Ecco i numeri: forse si stava peggio quando di stava meglio…

Il mio bilancio 2010: fatturato, -35%. Utili, -20%. Spese superflue, -40%. Tempo libero, +30%. Risparmio su costi indotti, +40%. Tempo perduto in auto, -25%. Spese in cene e pr inutili, -45%. Consumi di benzina, -24%. Consumi telefonici, -29%. Cura interessi personali: +28%. Ore impiegate a cercare di farsi pagare, -38% (ma era facile, essendoci poco da riscuotere). Qualità media della vita, +6%

Mia moglie dice che sono pignolo. Ma la verità è che l’abitudine a tenere una registrazione quotidiana di spese, costi, entrate etc è un formidabile strumento per capire non solo l’andamento dei propri conti economici, ma anche per monitorare il proprio tipo di vita e, in definitiva, la qualità della stessa.
Ebbene, il mio bilancio consuntivo del 2010 mette in evidenza una verità implacabile: sebbene in apparenza tutto sia andato peggio, alla fine non è così. Anzi. Se si esce dalla logica un po’ perversa che il segno “+” è sempre positivo e che il segno “-“ è sempre negativo, le conseguenze saranno sorprendenti.
Di quest’andazzo avevo avuto i sentori da un pezzo. Al punto che all’argomento avevo dedicato già tre post (qui, qui e qui) dal provocatorio titolo “Solo una sana e consapevole decrescita salva il freelance dallo stress e dalla crisi economica”. Ma vederlo confermato nero su bianco dalle inoppugnabili cifre che mi offre il foglio di calcolo è una soddisfazione che, effettivamente, non ha prezzo.
Pur tenendosi ben lontani da pauperismi di facciata e da inutili prediche moralistiche, la conclusione è una sola: la sobrietà paga. Nonostante i patemi e le riluttanze, rompere l’accerchiamento di quell’entropia artificiosa che, pian piano, ti prende e ti spinge ad accrescere inconsapevolmente la pressione su te stesso, le emergenze non emergenti, le ansie ingiustificate, le improrogabilità prorogabilissime, è non solo una necessità, ma un’opportunità.
Facendo i conti con calma ho così scoperto che, ieri, per guadagnare 100 ero costretto a tenere in piedi un perverso meccanismo di impegni, spese, lavoro che mi costava quasi altrettanto. Per pagare altri che facessero ciò che io, preso dal lavoro, non potevo fare, spendevo quasi quanto il lavoro stesso mi faceva guadagnare.
Sia chiaro: povero ero e povero rimango. Ma un sano ritorno sulla terra è altamente salutare per recuperare la dimensione delle cose.
Aveva senso, ad esempio, fare 15 viaggi Siena-Milano e ritorno all’anno, per un totale di 25 giorni lavorativi (senza contare stress, imprevisti, adattamenti, levatacce, rischi, usura dei mezzi e della mente, etc) andando in giro per redazioni alla ricerca di committenze sempre più improbabili e sempre peggio pagate? No. Aveva senso Continue Reading…

Posted 2 years, 4 months ago at 12:48.

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Nelle stanze di Indro a seminare il futuro del giornalismo. Celebrandone, in segreto, le esequie.

Lo studio - significativamente e simbolicamente vuoto - di Montanelli a Fucecchio

Ieri, alla Fondazione Montanelli Bassi di Fucecchio, cinquanta aspiranti colleghi hanno esaurito tutti i posti disponibili al “seminario di orientamento” sulla professione. Di qua dal tavolo, a spiegare il mestiere, un pugno di giornalisti. Giovani e meno giovani, ma tutti segretamente disillusi – e anzi rassegnati – sul domani della categoria. Senza che nessuno avesse il coraggio di dirlo, me compreso.

Non eravamo lì per disilludere nessuno, in verità. E, come direbbe Jannacci, nemmeno per “vedere di nascosto l’effetto che fa”. Ma si respirava un’atmosfera un po’ surreale dietro le quinte del “Seminario di Orientamento” alla professione giornalistica organizzato ieri a Fucecchio dalla Fondazione Montanelli Bassi. Dove cinquanta giovani molto incuriositi, a volte intimiditi e sempre attentissimi hanno riempito il salone e visitato con rispettosa circospezione le stanze dell’antico Palazzo della Volta, arredato coi mobili, i libri, gli oggetti appartenuti a Indro, un’ombra che aleggiava ovunque, accigliata, nella luce livida dell’autunno toscano.
Si respirava un’atmosfera surreale perché tutti i giornalisti presenti – dal neodirettore dell’Espresso Bruno Manfellotto al vicecaporedattore di Corriere.it Elio Girompini, dalla giovane cronista di SkyTG24 Eva Nuti al brillante Stefano Liberti, della redazione esteri del “Manifesto”, fino a due “infiltrati-uditori”, cioè l’ex vicedirettore dell’”Unità” Daniele Pugliese e il sottoscritto – hanno prima più o meno tentato di trattenere in gola il rospo che gli rodeva le corde vocali e poi, giunti a metà giornata, chi a mezza bocca e chi esplicitamente hanno confessato l’uno all’altro la propria intima convinzione: Continue Reading…

Posted 2 years, 7 months ago at 10:55.

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Elegia del reportage di viaggio. Quando ti sentivi un po’ viaggiatore e un po’ spia, un po’ giornalista e un po’ un bambino.

Passando col dito sulla polvere degli archivi e rievocando le ombre dei luoghi e delle persone che li popolano. Quando tutto era più semplice senza essere più facile e quando la capacità di osservare, mettendo in relazione cose e idee, era meno ovvia. Dedicato a quelli che hanno viaggiato con me e mi hanno offerto il privilegio di viaggiare con loro.

Io e padre Johannes, monastero copto di Wadi el Natrun, 2001 (foto Pavan)

Saper viaggiare è un’arte che non si apprende mai fino in fondo. Verità banale, ma granitica. Chi poi doveva farlo per mestiere e quindi, mentre imparava, raccontare pure ciò che vedeva, almeno i fondamentali bisognava che li apprendesse in fretta, sul campo. A proprie spese e a proprio disdoro. Perché di prevenire certi infortuni non c’era – e forse non ce n’è neanche adesso – mai il tempo.
Come un artigiano, una volta investiti dell’ambito ruolo del reportagista (una brusca investitura di fatto, che il direttore ti dava con la sua fiducia e l’incarico un po’ distratto di svolgere una missione difficile) bisognava diventarlo quasi istantaneamente, nel corso di un apprendistato breve e pieno di spigoli, che non ti lasciava respiro e spesso ti poneva nella doppia e scomoda veste di garzone e di principale. Proprio come nelle botteghe di una volta, dove il ragazzino doveva agire e contemporaneamente imparare dallo scorbutico padrone non solo la manualità, ma tutta la complessa sovrastruttura etica e sociale che ad essa sovraintendeva, “rubandogliela”, come si usava dire, con gli occhi. Osservando ogni cosa, senza requie, ansiosamente, con uno sguardo perennemente febbrile, rapace, fremente, affamato di dettagli, nella convinzione che qualsiasi piccolo gesto potesse celare un arcano, o un segreto, o una nozione fondamentale.
Questa lezione ininterrotta e inconsapevole che, in definitiva, consisteva semplicemente nell’abituarsi a tenere sempre alta l’attenzione, era e rimane uno dei capisaldi della professione giornalistica. Forse il principale. Continue Reading…

Posted 3 years ago at 15:16.

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