Ricatti morali all’italiana: siccome il 60% dei maturandi è sotto la sufficienza (rectius: sono asini), parte il tam tam mediatico con la minaccia di “stragi” o di “6 politico”. Come se non fosse una questione di sostanza.
Il battage è partito oggi dal Corriere della Sera (qui): manca un mese alla maturità e a causa delle ampie insufficienze il 38% degli alunni rischia di non essere ammesso. Con la prospettiva, avverte il quotidiano, di una falcidia o della necessità di un consistente “aiutino” da parte dei docenti. Come se l’effettivo livello della preparazione fosse espresso dai voti e nelle nostre scuole non dilagasse una comprovata ignoranza.
Generalizzare, si dice, è sempre sbagliato. Descrivere gli studenti italiani genericamente ignoranti lo è quindi altrettanto. Così com’è ingiusto, fa osservare qualcuno, scaricare sui ragazzi l’intera responsabilità di tale impreparazione, senza dare le colpe anche ai docenti, alla scuola “che non funziona” e così via, su su fino alla sempre colpevolissima “società”. La quale, essendo tutti noi, non paga mai e quindi tutto resta come prima, fra le nebbie della demagogia.
Ci voleva la vituperata ministra Gelmini per smuovere le limacciose acque e stabilire, l’anno scorso (perciò con effetti su questa annata scolastica), che per essere ammessi all’esame non basta avere “la media del 6″, ma ci vuole il 6 in ogni materia. La differenza, formalmente e in apparenza sostanzialmente, è parecchia: prima, a far media servivano anche i voti non “pesanti” (ai miei tempi, ad esempio, condotta e religione), mentre ora, con nuovo regime, un 4 in latino non si rimedia più con un 8 in matematica. Risultato: da una percentuale del 5,8% di studenti non ammessi (cioè 28mila ragazzi) si passerebbe ad un 38% (cioè oltre 130mila allievi). Una strage, insomma. Almeno secondo il Corriere, che ha ricavato i dati attraverso una “simulazione” basata sui risultati di un liceo milanese. Unica speranza (o “alternativa”): un “aiutino” dei professori. Il che, tradotto in termini più brutali, vorrebbe dire un ritorno al “6 politico” di sessantottiana memoria.
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