Alta fedeltà

"Così nel mio parlar vogli'esser aspro" (Dante, Rime) – La blog-zine di Stefano Tesi

Se la commissione-ombra rende tutti troppo ombrosi.

C’è chi ha gradito e chi meno. Come prevedibile, la mia proposta di costituire una “shadow cabinet” che possa contraltare, se non anticipare, la discussione in seno al convocando gruppo di lavoro sull’equo compenso, ha diviso. Il punto è capire perchè. Continue Reading…

Posted 2 weeks, 5 days ago at 16:25.

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E fare una commissione-ombra per l’equo compenso?

Si tratta di una provocazione, è ovvio. Ma fino a un certo punto: visto che ne passerà di tempo, prima che il neogoverno affronti la questione, e mentre nel frattempo il dibattito sui “parametri” infuria, perchè non parlarne collegialmente? Mi offro per fare una delle “ombre”. Continue Reading…

Posted 3 weeks ago at 14:00.

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Lezioni di logica e d’aritmetica per giornalisti distratti

Oddio, lezioni non proprio. Diciamo pro memoria. Importanti, però. Perchè se si vuol fare il libero professionista i conti bisogna saperli fare. Mentre invece il 90% dei freelance italiani o sedicenti tali proprio non ne è capace. E i risultati si vedono. Continue Reading…

Posted 3 weeks, 3 days ago at 11:35.

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Tra i muratori di Bengodi e gli idraulici di Godipoco.

Il collega Saverio Paffumi ha scritto (qui) una condivisibile favola sindacale sui “Muratori di Bengodi”, cioè i giornalisti orfani del sindacato. Allora ne ho scritta una, parallela, sul cosiddetto ricongiungimento dei pubblicisti. Enjoy! Continue Reading…

Posted 2 months ago at 14:00.

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La licenziabilità minaccia davvero libertà di stampa?

L’Ordine dei Giornalisti lancia l’allarme sui possibili condizionamenti dei redattori soggetti a minaccia di licenziamento. Ma finge di non vedere la pletora di sottopagati fuori dalle redazioni che, versando in costante stato di necessità e rappresentando la maggioranza della categoria, è già di per sè un concreto vulnus alla corretta informazione.

Io capisco.
Capisco tutto, vi giuro.
Capisco le ragioni di opportunità, le leggi non scritte, il consociativismo delle idee, le ipocrisie necessitate, quei riti proclamatorii un po’ vieti ma rassicuranti, come i buoni propositi per l’anno nuovo fatti a San Silvestro e le autoassoluzioni concesse un tanto al chilo.
Arrivo a capire – seppur con qualche sforzo, lo ammetto – perfino certi equilibrismi della correttezza politica, perché in fondo viviamo in un mondo conformista, dove la compiacenza mia fa da sponda alla tua e in fondo è bello far finta di illudersi che tutto sia come si tenta di convincersi che sia.
Ma c’è anche un limite. Una soglia del sopportabile.
Leggo ad esempio che il Consiglio Nazionale dell’Ordine dei Giornalisti, massima assise di un’organizzazione che io, nonostante tutto, continuo a difendere, riunito a Positano (le ironie sono fioccate, inevitabilmente), avrebbe oggi, a proposito della riforma del mercato del lavoro, approvato all’unanimità un ordine del giorno di questo tenore: “Il Consiglio nazionale dell’Ordine dei giornalisti in merito alle ipotesi di riforma del mercato del lavoro proposte dal governo esprime forte preoccupazione per le possibili conseguenze che potrebbero interessare il sistema dell’informazione. La nuova disciplina sui licenziamenti, rischia di incidere pesantemente sull’autonomia del giornalista e di conseguenza sul diritto dei cittadini a essere correttamente informati come garantito dalla nostra Costituzione. Strumenti per affrontare le crisi economiche non possono determinare ulteriori esodi di giornalisti senza un percorso oggettivo di analisi e verifica della situazione reale e della progettualità delle aziende. Si lascerebbe, infatti, in mano agli editori uno strumento del tutto discrezionale in grado di condizionare pesantemente l’esercizio della professione giornalistica. Il Cnog si impegna dunque a rappresentare in tutte le sedi gli effetti ed i rischi di una normativa che può avere un pesante impatto su un sistema fondamentale per la democrazia del Paese“.
Come?
Secondo il supremo organismo giornalistico l’indipendenza dell’informazione dipenderebbe insomma, detto in soldoni, dal rischio – evidentemente inteso come costante minaccia – di licenziamento a cui, in base all’approvanda normativa, sarebbero sottoposti i cosiddetti “contrattualizzati”. Cioè quelli col posto fisso. I quali, per evitare di trovarsi a spasso, sarebbero in qualche modo costretti ad obbedire agli ordini disinformativi del “padrone”.
Non ci posso credere.
In un mondo in cui le redazioni sono state trasformate (col beneplacito del sindacato e il silenzio distratto dell’Ordine) in uffici burocratici, con i 2/3 dei giornalisti in attività tenuti fuori da esse a produrre i 4/5 del pubblicato in cambio praticamente di nulla (e versando quindi in permanente stato di necessità economica, oppure scrivendo per hobby e quindi senza alcuna reale necessità di mantenere il posto), quelli sottoposti al ricatto o – diciamolo! – alle sirene di marchette, corruttela, cointeressi, conflitti, etc sarebbero i redattori?
Ma cari colleghi, stiamo scherzando?
Perché fate finta di non vedere o di non sapere che, per sbarcare il lunario, c’è una fetta amplissima degli autonomi disposti a lavorare per due spiccioli che “triangola” (o, per ragioni di sopravvivenza, è costretto a triangolare, anche se la sostanza non cambia) con attività deontologicamente poco lecite come i compensi in natura, le pr, gli uffici stampa più o meno occulti, i marchettoni a buon rendere, i corrispettivi sottobanco, le consulenze trasversali? Lo sanno anche i sassi che l’indipendenza economica è il fondamento della libertà del giornalista e che, tra tutti i giornalisti, i meno economicamente indipendenti, perciò ricattabili, sono proprio i collaboratori, gli esterni, gli autonomi. O no?
Insomma, per le vie sopra indicate il temuto condizionamento esiste già. E in molte redazioni si è ben lieti di subirlo, lavandosi la coscienza col fatto che, materialmente, il misfatto viene compiuto dal collaboratore. Sul quale, secondo i casi, a volte si chiude un occhio, spesso se ne chiudono due ed altre, se è necessario, si scarica invece tutta la responsabilità.
Accade allora che nella sua nuova, surrogatoria (e pur da me plaudita) veste parasindacale, l’Ordine comincia una giusta battaglia, ma dal punto sbagliato. Cioè cavalcando l’onda politica della protesta antigovernativa pro forma contro i condizionamenti cui andrebbero incontro i più garantiti, e quindi relativamente indipendenti di tutti: i contrattualizzati. Notando insomma la pagliuzza e ignorando la trave. Ovvero la mole di notizie provenienti “gratis” o quasi dall’esterno e che, spesso senza alcun controllo, vanno in pagina come se nulla fosse, portando dentro anche le informazioni più varie, distorte, manipolate, eterodirette. E senza che nessuno gridi o si indigni per questa forma nemmeno troppo surrettizia di condizionamento.
Stupisce anche che l’apparentemente agguerrita e ampiamente maggioritaria componente di “autonomi” del CN abbia sottoscritto un abbaglio così parziale e marchiano.

Posted 1 year, 1 month ago at 16:18.

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Equo compenso: quell’insidiosa fabbrica dell’euforia.

La camera ha approvato in commissione legislativa la legge che garantisce una giusta retribuzione ai giornalisti esterni alle redazioni (cioè il 60% del totale). Gli atipici, giustamente, esultano. Ora tocca al Senato. Sul dopo sono meno ottimista.

La normativa sull’equo compenso dei giornalisti autonomi - che qualche frescone, prendendo lucciole per lanterne, continua a chiamare precari – è da ieri “quasi” legge. Dovrebbe costituire il primo passo per la rivalutazione del trattamento economico delle decine di migliaia di colleghi che non sono assunti nei giornali, ma producono oltre due terzi del pubblicato, spesso con contropartite simboliche, inesistenti o comunque inadeguate a consentirgli una minima sopravvivenza (e quindi, aggiungo, indipendenza). Ora la palla passa al Senato dove, dicono i parlamentologi, non dovrebbero temersi imboscate.
Questo il lancio ANSA: “ROMA, 28 MAR – La commissione Cultura della Camera, in sede legislativa, ha dato il via libera alla legge sull’equo compenso per i giornalisti precari, relatore Enzo Carra (Udc). Il provvedimento passa ora al Senato. “Il testo, presentato da Silvano Moffa (Pt) e firmato da parlamentari di tutti i gruppi, è stato votato all’unanimità”, rende noto Giuseppe Giulietti,parlamentare del gruppo misto e portavoce di Articolo 21. “Il parere favorevole del governo è stato dato dal sottosegretario Peluffo. Ci auguriamo che questo provvedimento possa ora essere approvato anche al Senato ed entrare così immediatamente in vigore, tanto più in un momento segnato dalla crisi del settore e da una riforma del mercato del lavoro – conclude Giulietti – che rischia di aggravare ulteriormente il regime delle tutele sociali e degli ammortizzatori”.
Insomma, presto la bozza dovrebbe diventare legge vera e propria. Per testo e dettagli vedere qui.
Nell’ambiente giornalistico l’euforia è diffusa. La circostanza che la notizia sia “passata” sui principali organi di informazione è il segno che, forse, la faccenda ha fatto breccia anche nei cervelloni di chi comanda e che, fino a ieri, su certe cose ha fatto spallucce.
Ma c’è un ma.
Anzi, ce ne sono due. No, tre.
Il primo è che la norma sull’equo compenso (anche a prescindere dai complicatissimi problemi di concreta applicazione che essa potrà trovare, o meglio certamente troverà) arriva parecchio fuori tempo massimo. Arriva cioè quando, proprio a causa degli scarsi compensi, la professionalità della categoria si è in gran parte dissolta e gli operatori dell’informazione sono divenuti una pletora di soggetti che arrancano cercando, con tanta buona volontà ma spesso con scarso spessore, di sbarcare il lunario. Di solito giovani che inseguono un sogno illusorio per almeno il 95% di loro.
Il secondo è che, se realmente ma soprattutto se congruamente applicata, la legge provocherà per gli editori un brusco innalzamento dei costi e quindi da un lato un ulteriore ridimensionamento del personale esterno e dall’altro l’espulsione dal mercato dei soggetti meno capaci. Non più soldi per tutti, quindi, ma più soldi solo per i più bravi. Lo trovo ineccepibile, sia chiaro, ma ho la sensazione che tra i giubilanti giornalisti questo aspetto non sia stato ancora afferrato del tutto.
Il terzo, e più inquietante, dei ma è sull’effettiva capacità del legislatore di individuare la soglia del “giusto“. Cioè di essere capace di stabilire quando un compenso è “congruo” in un mondo reso quasi inestricabile dall’incrociarsi di tante variabili quali la natura e la frequenza degli incarichi, la competenza specialistica richiesta per certi articoli, il non sempre lineare rapporto tra il tempo impiegato per la realizzazione di un servizio e la sua estensione, le prassi aziendali, la diversa diffusione e prestigio delle testate. E potrei proseguire con decine di altri elementi.
Il disegno di legge affida il compito a una commissione (già l’espressione non evoca nulla di buono) di quattro membri.
Cito testualmente:
Art. 2 (Commissione per la valutazione dell’equità retributiva del lavoro giornalistico).
1. È istituita presso il Dipartimento per l’informazione e l’editoria della Presidenza del Consiglio dei ministri, la Commissione per la valutazione dell’equità retributiva del lavoro giornalistico, di seguito denominata «Commissione». La Commissione è composta da quattro membri, di cui:
a) uno designato dal Ministro del lavoro e delle politiche sociali, con funzioni di presidente;
b) uno designato dal Ministro dello sviluppo economico;
c) uno designato dal Consiglio nazionale dell’ordine dei giornalisti;
d) uno designato dalla Federazione nazionale stampa italiana (FNSI)
“.
Dunque, due membri sono di nomina governativa. Che Dio ce la mandi buona e speriamo che i designati vengano scelti in base alla loro effettiva conoscenza del mondo giornalistico e dei problemi de quo. Uno verrà invece nominato dal CN dell’OdG, altro organismo che non brilla affatto nè per lungimiranza, nè per aggiornamento sul mondo “reale” della professione (vedansi le pietose camarille in corso sulla pur indispensabile e urgente riforma). Qui la speranza è che il prescelto sia tale non in base alle logiche di corrente, ma in base alla competenza sulla materia (e i nomi buoni a cui attingere non mancano). Il quarto, infine, sarà nominato dall’Fnsi.
Ecco, qui casca l’asino. E noi rischiamo di restarci sotto. Innanzitutto il testo originale della proposta di legge prevedeva solo i tre membri sopra menzionati, questo del designato dalla federazione è un bel coniglio uscito dal cilindro chissà di chi. In secundis, a causa del suo cronico e colpevole oblio nei confronti del lavoro giornalistico atipico, il sedicente sindacato unitario è il primo, anzi l’unico responsabile dell’abisso retributivo in cui la categoria è caduta da un decennio a questa parte: appare dunque a dir poco paradossale, per non dire beffardo, che ora il colpevole del disastro venga chiamato a far parte dell’organismo creato per porre rimedio ai mali che ha provocato. Terzo: come dimostrano i fatti, l’Fnsi non sa nulla di autonomi, precari, esterni. E’ un altro mondo, sul quale però l’arrogante sindacato pretende di dover esercitare una competenza inspiegabilmente esclusiva. Quarto: mica è un caso, infatti, che l’Fnsi rappresenti meno del 10% di quei giornalisti, sull’equità del compenso dei quali adesso dovrebbe pronunciarsi. Con quale cognizione di causa o con quale mandato, mi chiedo? Infine: visti l’andazzo e i precedenti, nonchè gli sgarbi anche recenti (come i giochini messi in scena attorno alla Carta di Firenze) compiuti ai danni dei suoi stessi componenti, “rei” di occuparsi di freelance e di aver partecipato alle copiose “consulte” di facciata fatte nascere qua e là sull’argomento al solo scopo di gettare fumo negli occhi, chi mai potrà essere il membro di nomina federale? Faranno come con la Commissione sul lavoro autonomo, che hanno affidato prima alla presidenza di un contrattualizzato e poi di un pensionato?
Insomma, se si cerca di porsi al di fuori dell’innato ottimismo da cui i giornalisti, nonostante tutto, continuano ad essere pervasi, non è che – per effetto dell’approvazione della legge sull’equo compenso da parte di un ramo del Parlamento – le nuvole all’orizzonte della categoria si siano dissolte.
E se fosse solo un raggio di sole fugacemente penetrato tra le nubi portatrici del diluvio in corso?
Così parlò il “pessimista costruttivo“. Cioè io.
Che però, spesso e suo malgrado, ci azzecca.

Posted 1 year, 1 month ago at 11:40.

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Il reciproco abbaglio di contrattualizzati e autonomi.

Quando trema la terra sotto i piedi, chiunque è preso dall’ansia e scambia il vicino per un possibile appiglio o per un potenziale concorrente. E’ quanto accade ai giornalisti, spinti dalla crisi ad esaurire in liti da cortile questioni per cui andrebbe sanzionato il vero responsabile. Che è sotto gli occhi di tutti, ma che in pochi mettono a fuoco.

Che siamo al fondo del barile lo dimostrano i fatti e ci sarebbe poco da aggiungere.
Senonchè è interessante, per comprendere il clima da ultima spiaggia che si respira nel mondo del nostro giornalismo, leggere i differenti punti di vista. Quelli di chi, pur condividendo la professione e quindi, in sostanza, il destino, si trova su posizioni tanto diverse da apparire a volte contrapposte.
Il risultato è che il dibattito diventa claustrofobico, perdendo di vista il quadro generale.
Un quadro generale i cui responsabili sono ben chiari, ma che rischiano di restare sfuocati nel fuoco incrociato dei dettagli.
Trovo ad esempio su una pagina FB, a proposito delle rivendicazioni dei precari (nome improprio sotto il quale molti classificano anche i liberi professionisti e i co.co.pro.), il seguente commento del collega contrattualizzato Carlo Chianura:
Leggo in giro per il web cose che voi umani… L’affermazione dei diritti dei precari passa per la riduzione dei diritti dei “garantiti”? Ma davvero? Cioé adesso il posto fisso equivale al distintivo di “garantito”? E quindi chi ha avuto la possibilità di essere assunto deve ora vergognarsi perché una classe di editori-straccioni e finto progressisti assume in nero e paga quattro soldi una generazione di sfruttati? Ma davvero questa è la strada? Scusate ma io non ci sto: la strada è la solidarietà tra le generazioni, non la guerra tra giovani e vecchi. La strada è l’allargamento dei diritti, non la compressione di chi è venuto prima e legittimamente vuole mantenere i suoi diritti. Mi sembra di sognare, davvero, care colleghe e cari colleghi. Mi sembra di essere tornati ai tempi precedenti alla Rivoluzione industriale, quando ancora non esisteva nemmeno la classe operaia. Io non ci sto. La strada è quella di obbligare gli editori, ognuno per la sua parte, a RISPETTARE LA LEGGE: basterebbe questo. Niente finti rapporti di lavoro subordinato travestiti da contratti autonomi; niente presenze indebite in redazione di chi può e deve solo collaborare da fuori; niente collaborazioni se non pagati il giusto. Siamo tutti chiamati in causa, anche chi deve avere il coraggio di rifiutare di lavorare a 5 euro al pezzo. E la demagogia lasciamola pure a quanti fingono oggi di non sapere quello che hanno combinato in questi anni“.
Gli risponde la collega freelance Francesca Tarissi. Così:
Solidarietà è il termine che salta fuori ogni qual volta si tocca l’argomento ‘diritti degli assunti‘. Mi chiedo però perché, in tanti anni di lavoro col tuo gruppo editoriale, non l’ho sentita tirare in ballo per organizzare uno sciopero a favore dei collaboratori sfruttati, contro le decurtazioni ai loro compensi decise unilateralmente, in favore dei contratti co.co.co che nella stragrande maggioranza dei casi, governo dopo governo, non sono mai arrivati. Proprio chi ha i diritti può esercitarli in favore di chi non li ha. La solidarietà è questa. Io per difendere i vostri di diritti, ho partecipato allo sciopero delle firme e il mio servizio apparve senza il mio nome (e tu sai bene che per un freelance il nome è importante). Non mi risulta sia poi accaduto qualcosa all’inverso… Sono assolutamente d’accordo con te quando parli di editori che fanno le nozze con i fichi secchi e ‘colleghi’ che accettano 5 euro e anche meno pur di vedersi pubblicare da qualche parte. Ma lo sfruttamento non parte solo dai vertici ma anche dalle redazioni e da quei capiredattori, capiservizio e persino redattori contenti di avere a propria disposizione una pletora di collaboratori malpagati e precari a vita che altrimenti non si potrebbero permettere“.
Tutti argomenti abbastanza condivisibili, in sè. Ma che confusione, mamma mia.
Assunti che non capiscono che la saldezza del proprio posto di lavoro dipende ormai dalla quantità e dalla qualità degli autonomi che producono ciò che a loro, salvo rare eccezioni, è chiesto solo di commissionare, coordinare e impaginare. Autonomi che vorrebbero rivalersi sui contrattualizzati vagheggiando spalmature sovietiche dei compensi tra le diverse categorie. Collaboratori che alimentano la guerra fra poveri. Freelance nella vana attesa di una legittimazione e di un riconoscimento che non ci saranno mai. Questioni di ruvida sostanza sindacale che si spostano sullo stucchevole e moralistico terreno teorico della “solidarietà”.
Eppure la faccenda è semplicissima nella sua drammaticità.
Ci sono due tipologie contrattualmente diverse di giornalisti: assunti e autonomi. Differenti in tutto, proprio in tutto, tranne l’iscrizione all’Ordine e i generici obblighi deontologici. Talmente differenti da essere, per certi aspetti, quasi controparti.
Ma c’è un sindacato sedicente unitario che da sempre si occupa solo e soltanto dei primi, perché questo è l’unica cosa che sa fare. Ciò ha provocato un tale cortocircuito e un tale malessere nella categoria che perfino quell’istituzione non propriamente fulminea che è l’OdG se n’è resa conto, scavalcando di fatto il sindacato e tentando di ricomporre la frattura con il varo (per ora più simbolico che altro, ma non a caso osteggiato dal sindacato medesimo come un’indebita invasione di campo) della cosiddetta Carta di Firenze, che corresponsabilizza la catena di comando tra colleghi. Sullo sfondo, una categoria allo sbando dopo troppi anni di sinecura. Dove ognuno è, a modo suo, precario. Dove chi fino a ieri si riteneva al sicuro comincia a provare l’inquietante sensazione delle vertigini professionali. E dove il grosso dell’attività è rimasta (o volutamente lasciata?) in mano a una marea di soggetti che, praticandola a tariffe (e a volte con modalità) da dilettanti, trascinerà piano piano a fondo ciò che resta del giornalismo.
Con tutte le sue sterili o strumentali polemiche tra colleghi.

Posted 1 year, 3 months ago at 22:45.

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Addio a Marilisa Verti, forse l’unica cubana “felice”.

E’ morta all’improvviso, nella notte, senza avvisaglie, lasciando sbigottiti, per un malanno che non dà scampo. E l’unica cosa che possiamo fare è ricordarla per ciò che era: solare, febbrile, confusionaria, idealista.

Ci eravamo conosciuti molti anni fa, in un viaggio di lavoro. E non ci eravamo piaciuti. Troppo esuberante (per camuffare le sue fragilità) lei, troppo polemico e rompipalle io. Rapporti prima di cortesia, poi di ostentata indifferenza.
Fu lei a rompere il ghiaccio e a sconfessare quel disagio spigoloso e un po’ surreale. Scoprimmo così di essere parecchio differenti, ma – sorpresa! – di condividere anche una certa scintilla, qualcosa insomma che ci faceva stimare reciprocamente.
Faticavo a sopportare quello che bonariamente definivo il suo paraocchi ideologico e che, invece, per lei rappresentava una linfa, una sorta di nutrimento quotidiano e indispensabile. Alluvionava me e tutti gli amici, su FB, con i suoi post inneggianti al “paradiso” cubano. Glielo lasciavo fare, sorridendoci su.
Come tanti, aveva subito il contraccolpo della crisi della professione giornalistica. Per anni si era scervellata cercando di trovare una soluzione al problema dei freelance, della mancanza di tutele legali e sindacali, incontrando sempre il muro di gomma di un sindacato peloso, inadeguato, ipocrita e bugiardo. Ma ovviamente, idealista com’era, non si era data per vinta e aveva continuato a combattere contro i mulini a vento, a difesa dei principi fondamentali. Si era impegnata a fondo: Senza Bavaglio, l’USGF, la protesta creativa. Sempre in prima fila. Anche dalla natia Borgotaro, dove da un po’ si era ritirata per sfuggire all’asfissia professionale milanese.
Poi, stamattina, leggo su Facebook strani messaggi. Un paio di telefonate: aneurisma cerebrale.
Puff: in un attimo addio Cuba, addio freelance, addio alle nostre discussioni ironiche, addio alle mie polemiche e alle sue risposte sempre intrise di poco pragmatismo e troppo idealismo.
Aveva appena 55 anni. Pochi per morire.
Vale atque vale.

Posted 2 years, 1 month ago at 11:25.

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Il giornalismo dai piedi d’argilla, il moloch del sindacato unico e tante altre ridicole ossessioni.

Interessante, su “Conquiste del Lavoro” (il quotidiano della CISL) e sul blog “letaschepiene.it” (qui), il commento di Elia Fiorillo a proposito del congresso dell’Fnsi di Bergamo. Che coglie tutte le contraddizioni della Federazione, tranne la grottesca autoasseverazione della sua pretesa “unitarietà”

La Federazione Nazionale della Stampa Italiana, dice in sintesi Fiorillo, esce dall’assise con in mano poco più di un libro dei sogni, conseguenza dell’assenza di pragmatismo, della cronica scelta di operare più come soggetto politico che strettamente sindacale (ciò che ne limita da un lato la reale autonomia e dall’altro la credibilità di interlocutore imparziale) e dell’altrettanto cronica mancanza di sintonia (il “patto storico”) con il sindacalismo confederale (Cgil, Cisl, Uil, Ugl). Molta attenzione alle petizioni di principio, sottolinea, ma poca alla realtà della professione giornalistica e alla sua mancanza di prospettive, stretta da un lato da quei “ladri di sogni” che sono gli editori-sfruttatori e, dall’altro, dal disinteresse dei papaveri della professione che – un po’ per menefreghismo, un po’ per opportunismo, un po’ per collusione – a loro volta affossano la deontologia, uccidono l’informazione e si trasformano anch’essi in ladri di sogni dei più giovani colleghi, relegandoli a vita nel limbo del precariato, delle speranze tradite, dei pagamenti irrisori.
“Divisioni così – continua – non servono. Il sindacato unico ed unitario dei giornalisti, per rimanere tale, ha bisogno di essere e di apparire libero […]. I giornalisti italiani che percepiscono reddito sono 49 mila. Di questi, 22 mila sono dipendenti e 27 mila autonomi. Ma il dato sconvolgente è che troppi giornalisti autonomi percepiscono complessivamente 5 mila euro lordi all’anno. Questi dati devono far riflettere un po’ tutti e soprattutto la dirigenza del sindacato. Solo con l’unità vera e non di facciata è possibile provare a combattere il precariato infinito del giornalismo italiano, che si traduce in ultima analisi in precarietà dell’informazione”.
Fin qui, poco da eccepire. Sì, però
Quello che però Fiorillo sembra non aver colto, nella sua idea – comprensibile, ma errata – di sincretismo sindacale, è la grottesca contraddizione insita in quel doppio e autoreferenziale aggettivo “unico ed unitario” di cui, aprioristicamente, l’Fnsi si fregia.
L’Fnsi non è nulla di tutto questo. Non è unitaria: le insanabili, paralizzanti spaccature al suo interno lo dimostrano. Non è nemmeno unica: per fortuna, anche se tardivamente, altre più piccole ma meno evanescenti sigle sindacali si affacciano al proscenio. Soprattutto non è rappresentativa: dei 49mila suddetti, appena il 40% dei contrattualizzati e ben meno del 10% degli autonomi è iscritto. Non per pigrizia, superficialità, negligenza, avarizia. Ma perché, dalla notte dei tempi, il sindacato “unico ed unitario” dei giornalisti non si è mai occupato (nè, chiacchiere a parte, si occupa o è in grado di occuparsi oggi) di quella fetta di operatori dell’informazione che è cresciuta all’inverosimile e che, nel 2011, produce il 70% dell’intero “pubblicato” nazionale: liberi professionisti, autonomi, precari, pubblicisti (e anche aspiranti, sedicenti, lestofanti da cui non si sa né si vuole liberarsi). Una massa che, con la complicità dell’OdG, si è lasciata crescere nella totale sinecura, selvaggiamente abbandonata a se stessa e che ora, tracimante di rabbia, sfoga la sua (giustificatissima) sfiducia delegittimando nei fatti, cioè non aderendovi, il sedicente “sindacato unico ed unitario” dei giornalisti.
Ecco perchè, invece di auspicare un’unità che non solo non è nei fatti, ma ormai neppure nei sogni, per i giornalisti forse bisognerebbe sperare nella disgregazione di un sistema monosindacale tanto artificioso quanto anacronistico. E soprattutto esiziale per ciò che resta della categoria.

Posted 2 years, 4 months ago at 12:32.

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Freelance pagati più dei redattori? In una lettera mai spedita, certi abbagli a margine del congresso Fnsi.

Per anni ho aderito (e sotto certi aspetti aderisco “ideologicamente” ancora) a Senza Bavaglio, la corrente guidata da Massimo Alberizzi e “portabandiera” dei freelance in Federazione. Mi candidai per loro, senza fortuna, come delegato al congresso del 2007. Da Bergamo SB esce però battuta e senza nemmeno un consigliere nazionale. Forse vorrà dire qualcosa. Ad esempio che su certe evidenze non vuole andare fino in fondo.

Nella gustosa galleria di ritratti che il delegato dell’Assostampa toscana, Stefano Fabbri, ha riservato giorni fa su Facebook al congresso dell’Fnsi di Bergamo, ce n’è uno che ritengo particolarmente azzeccato. E’ quello dedicato a Massimo Alberizzi, il leader storico di Senza Bavaglio, la corrente del sindacato nota per essere la portabandiera di quei senza patria che sono i freelance. Ho molti amici in Senza Bavaglio. E, nonostante alcune divergenze di opinione, Alberizzi è un collega che stimo. “Puo’ sembrare pittoresco – scrive di lui, acutamente, Fabbri – ma molte delle sue proposte sono respinte solo perchè le fa lui. Altrimenti sarebbero assolutamente sensate e utili“.
In un altrettanto sofferto racconto che della vicenda congressuale dà uno dei delegati di SB, Cristiano Tinazzi, si legge poi – ineccepibilmente! – che “…a questo Congresso in molti si sono riempiti la bocca delle parole precarietà e freelance. Pochi, anche tra i freelance, hanno capito che in realtà freelance e precari non sono la stessa cosa. Ma cosa ci si poteva aspettare da uno sparuto gruppo (una decina su 300 delegati) di giornalisti, divisi tra collaboratori e professionali, pilotati da una Stigliano contrattualizzata, che in una mozione votata per acclamazione dalla platea, ma impossibile da attuare, non hanno neanche capito che gli articoli vanno pagati a 30 giorni dalla consegna e non dalla pubblicazione? Il risultato triste e deludente di questo ultimo congresso viene anche incarnato da questa nuova categoria di freelance soldatini della maggioranza, lavoratori autonomi per disperazione che non sono neanche capaci di contrattare un minimo sindacale per il pagamento dei pezzi se non con una fumosa dichiarazione, sempre contenuta in quella mozione impraticabile e che rimarrà carta straccia nei cassetti della dirigenza FNSI perché inattuabile, che i pezzi dei freelance dovrebbero essere pagati più di quelli dei contrattualizzati…e come si valuta il pezzo di un contrattualizzato? L’idea è stata avanzata da Senza Bavaglio diversi anni fa ma con clausole precise e realizzabili. Il Congresso mette ai voti riforme dello statuto ammazza minoranze e loro votano a favore, scodinzolando dietro ai loro segretari regionali. Altri freelance in altri gruppi chiedono firme per presentare le liste e loro, in nome sempre delle direttive dei loro segretari, le negano, come ha fatto Nicola Chiarini del coordinamento Re.Fusi del Veneto. Risultato? Su 92 professionisti solo due freelance (o precari?) sono stati eletti al Consiglio Nazionale. E il coordinatore della Commissione Lavoro autonomo della FNSI, Maurizio Bekar, viene trombato. Una miseria. E loro applaudono”.
Una constatazione che non fa una piega e rispecchia in pieno la mia idea, illustrata mille volte su questo blog, del grave errore rappresentato dall’interpretazione estensiva del termine freelance, fino a ricomprendervi non solo gli effettivi liberi professionisti, ma tutta l’incerta, indecisa, mutevole galassia che include abusivi, cococo, cocopro, aspiranti, apprendisti, ingenui, illusi, dilettanti e ciarlatani. Con il conseguente rischio di inserire qualcuno di questi tra i rappresentanti di una categoria che non rappresentano.
E’ tuttavia come è stata affrontata la questione dei compensi a lasciarmi perplesso. E così mi è tornata in mente, a proposito, una missiva, mai spedita, scritta ad Alberizzi alcuni mesi prima del congresso proprio in merito sua alla proposta, avanzata (qui) in chiave di slogan congressuale, a proposito dei compensi dei freelance. Compensi da appaiare, secondo SB, al costo di un articolo vergato da un contrattualizzato. Eccola.
“Caro Massimo,
francamente mi stupisce Continue Reading…

Posted 2 years, 4 months ago at 08:47.

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