Alta fedeltà

"Così nel mio parlar vogli'esser aspro" (Dante, Rime) – La blog-zine di Stefano Tesi

GARANTITO IGP. Vevey: à la pinte comme à la pinte!

di STEFANO TESI
Chiamatele taverne, osterie, bistrot storici o come vi pare. Sono i tipici locali popolari della Svizzera romanda dove ancora si mangia e si beve informalmente, tra effluvi di fondue vaudonnaise. Ne abbiamo testato uno. E siccome ce ne sono sempre di meno…
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Posted 6 months, 3 weeks ago at 08:30.

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GARANTITO IGP. Le vigne narcise specchiate sul lago

di LORENZO COLOMBO.
Li puoi guardare dall’acqua (cioè dal battello), nell’acqua (cioè riflessi), oppure da un trenino con le rotaie di gomma. Sono i vigneti terrazzati svizzeri del Lavaux, dal 2007 inseriti nel patrimonio dell’Unesco.
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Posted 7 months, 3 weeks ago at 08:30.

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GARANTITO IGP. Cronaca di un concorso per soli eroi

di LORENZO COLOMBO
Eroi della viticoltura, però. Quella dei vini di montagna. Che (dove, sennò?) tengono la loro tenzone a Sarre, in Val d’Aosta, con il CERVIM a fare da cerimoniere. E con 653 etichette come concorrenti.
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Posted 9 months ago at 08:00.

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GARANTITO IGP. Un vigneto che dà proprio la scossa

foto di Anna Verastegui

di STEFANO TESI
Tra le vigne di Niclara, in Alto Adige, c’è una minicentrale idroelelettrica del 1910 che ha funzionato per un secolo. E potrebbe funzionare ancora, dando corrente a tutta la fattoria. La costruì il padre di uno che si è fatto un parco da solo e il nonno di uno che ha messo le viti a 1000 metri. Dove oggi, suo figlio …
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Posted 1 year, 4 months ago at 08:30.

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GARANTITO IGP. La Val di Cembra e lo zio legionario.

Foto di Giorgio Def

di STEFANO TESI.
Il porfido, le vigne a pergola arrampicate sulle montagne, il Muller Thurgau, il curling, un palaghiaccio più grande del municipio. E lo zio Luigi che si affaccia in una foto dalle pareti del maso per suscitar domande.
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Posted 1 year, 9 months ago at 08:30.

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Un vino dall’Appennino. Poco Pinòcchio e molto Pinò.

Perdonate la banalità dello slogan (mio): “con l’uva di montagna, il gusto ci guadagna“. Ma non ha tradito le attese Eccopinò 2012, la degustazione di pinot neri dell’associazione che riunisce i produttori delle valli appenniniche. Ecco un breve ragguaglio.

Con il colpevole ritardo di chi, con la scusa di volerci pensare bene, è stato in realtà in altre faccende affaccendato, eccomi a parlare di una delle cose più piacevoli, divertenti e interessanti capitatemi negli ultimi mesi. Sensazione che il non breve tempo trascorso (il tutto si è svolto il 16 aprile nella Villa Pecori Giraldi di Borgo San Lorenzo, località piuttosto improbabile, almeno ragionando canonicamente, per una degustazione di vino) non solo non ha affievolito, ma ha addirittura rinforzato.
Parlo della degustazione dei Pino Nero 2009 dei vignaioli dell’Appennino Toscano, consorteria nata nel 2011 chiamando a raccolta otto produttori provenienti da quattro vallate appenniniche geograficamente e storicamente assai variegate, ma climaticamente e geologicamente assai simili, come la Garfagnana, la Lunigiana, il Mugello e il Casentino. Con vigneti compresi tra i 250 e i 600 metri di altitudine.
Otto aziende differenti in tutto, ma accomunate da alcuni punti: l’ambiente montano, con le difficoltà che sotto tanti profili ciò comporta, una ostentata vena di anticonformismo, non foss’altro che per i luoghi e la varietà di uva hanno deciso di coltivare, una produzione limitata (quasi troppo: da 500 a 5.000 bottiglie) e infine, appunto, il vitigno più affascinante e difficile che ci sia: il Pinot Nero.
Per presentare la produzione 2009 si sono rivolti non a caso a un altro che da tempo schiva (e come dargli torto?) accuratamente i palcoscenici e il mainstream vinicolo come Burton Anderson. E che lui si sia lasciato convincere la dice lunga sul fatto che i vini gli siano piaciuti o meno.
Da parte mia sono partito con gli assaggi in anticipo e alla cieca, senza guardare le etichette, in modo da non conoscere l’ordine dei bicchieri e da non sapere nulla sui produttori.
Risultato: godibilità assoluta, gradevole bevibilità, ampiezza mai stucchevole, una coerenza al tipo varietale che non lasciava dubbi di sorta, ma al tempo stesso lasciava apprezzare le differenze e le sfumature tra un campione e l’altro. Vini non banali insomma, non omologati, screziati, sfaccettati, profondi, senza difetti e privi al tempo stesso di eccessi di tecnica e di certe patine commerciali altrove tanto diffuse. Predominante, quasi incombente, una nota di naturalità che, in senso trasversale, li percorreva tutti, sebbene solo alcuni degli otto si siano rivelati poi biologici o biodinamici.
Come al solito non starò a fare noiose schede delle singole etichette, mentre lo spazio è poco per entrare nel dettaglio delle tante avventure individuali che le vicende di ogni azienda lasciano trasparire e che (è un invito!) vale la pena di farsi raccontare di persona andando ad avventurarsi fino alle loro cantine.
Quale la croce e quale la delizia?
Curiosamente le due cose convivono. La croce delle modeste produzioni (al momento poco più di 20mila, con un potenziale massimo di 80mila) dà a queste bottiglie l’allure del prodotto di culto, non facilissimo da reperire. Mentre l’ebbrezza della ricerca può distogliere anche da prezzi che, senza essere folli, per ovvie ragioni non possono neppure essere a buon mercato.
Ecco l’elenco:
Melampo 2009, Azienda Agricola Casteldelpiano (Licciana Nardi, MS), 11,50 euro + iva.
Pinot Noir 2009, Podere Còncori (Gallicano, LU), 11,50 euro + iva.
Macea 2009, Azienda Agricola Macea (Borgo a Mozzano, LU), 10,00 euro + iva.
Fortuni 2009, Podere Fortuna (San Piero a Sieve, FI), 19,50 euro + iva.
Coldaia 2009, Podere Fortuna (San Piero a Sieve, FI), 9,50 euro + iva.
Ventisei 2009, Azienda Agricola Il Rio (Vicchio del Mugello, FI), 11,50 euro + iva.
Gattaia 2009, Azienda Agricola Terre di Giotto (Vicchio del Mugello, FI), 13,00 euro + iva.
Pinot Nero 2009, Fattoria Il Lago (Dicomano, FI), 13,00 euro + iva.
Pinot Nero 2009, Podere della Civettaja (Pratovecchio, AR), 12,60 euro + iva.

Info: Associazione Appennino Toscano – Vignaioli di Pinot Nero, appennino.toscano@libero.it

Posted 1 year, 12 months ago at 16:55.

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GARANTITO IGP. L’uomo che piantava muri a secco.

di STEFANO TESI.
Di Francesco Carfagna e famiglia non mi piacciono solo i vini, ma anche la storia. Quella di uno che nasce a Roma e finisce al Giglio, parte professore e diventa vignaiolo, scrive poesie con Ginsberg e poi le recita alle viti (“ma sottovoce, per non dargli noia”). Se l’Ansonaco isolano si è salvato, il merito è suo. Si festeggia in vigna, il 29 luglio

L’UOMO. “L’uomo che piantava gli alberi”, di Jean Giono, è la storia di un pastore che, seminando ogni giorno ghiande di quercia, riuscì nell’arco di un’esistenza a restituire la vita all’intera montagna, desertificata dall’incuria dell’uomo.
Nel suo piccolo, oggi, lo stesso si potrebbe raccontare di Francesco Carfagna, classe 1951, “professore di matematica ma soprattutto capomastro rurale”, come lui ama dire di sé, oltre che oste e vignaiolo. Un tipo proteiforme.
Perché Francesco, in una sorta di fatale percorso a ritroso, si è ritrovato nel mezzo del cammin della sua vita ad inseguire un sogno che è presto diventato un progetto. Anzi, una magnifica ossessione: resuscitare gli antichi vigneti dell’isola del Giglio. Ettari ed ettari di gloriosi tralci aggrappati come licheni ai fianchi dell’isola, intrigati tra le rocce e divorati dalla macchia che scendeva fino al mare. Impresa ai limiti dell’utopia. Che tuttavia non ha impedito a Carfagna – un passato pure da poeta, con performance a fianco di Allen Ginsberg – di recuperare, in dieci anni, 4 ettari di antichi terrazzamenti e di rifare a mano, sasso dopo sasso, dieci chilometri di muretti a secco. Il tutto per la soddisfazione di produrre qualche quintale del tradizionale vino gigliese, l’Ansonaco. Chilometrico anche l’elenco degli attrezzi manuali che ha usato: zappe, zappone, zapponcelli, marre, bidenti, grandi piccoli, corti lunghi, sterpaiole, da scasso, maleppeggio, zappe da orto, a cuore a vanga a taglio più larghe più sottili, corte lunghe medie, più pesanti, più leggere, picconi, pali di ferro, vanghe, pale.
L’obbiettivo iniziale era di arrivare a tremila bottiglie, è arrivato a seimila.
“Vent’anni fa il nostro vino non lo faceva più nessuno, c’era rimasto solo qualche vecchietto. Oggi è tornato di moda, ma io sono l’unico che l’ha fatto per davvero fin dall’inizio, perché gli altri portavano l’uva sul continente e la vinificavano lì”, dice al fresco della sua minuscola capannuccia (camino, cucina, branda e vista accecante sul Mediterraneo) in mezzo al vigneto.
Lui ha aperto la strada, qualcuno gli è andato dietro. Con buoni risultati, pure. Francesco non ne è geloso, anzi. Sulla primogenitura però non transige. “Anche se – chiarisce – il mio è un Ansonaco tradizionale, puro, genuino ma moderno. Nulla a che fare con i vini torbidi e quasi arancioni che una volta si bevevano in casa”.
Lui se li ricorda bene: da buon romano, al Giglio ci veniva in vacanza negli anni ‘50. A 21 anni trasloca a Firenze per studio e per amore, anche se la sua passione era fare il muratore: si pagava l’università impermeabilizzando i tetti delle fabbriche. Dopo la laurea, sette anni a insegnare nei licei. Troppo. La carriera termina nel 1985, quando si tramuta in “capomastro rurale” nelle coloniche fiorentine. Poi il lavoro lo riporta al Giglio: trasloco nell’86 e l’anno dopo apertura di un ristorantino a Giglio Castello. L’Arcobalena, lo chiama. Già, perché se la cava benissimo anche coi mestoli. Un successo. L’anno scorso lo sfrattano e lui riapre a poche centinaia di metri.
Nel frattempo, durante i lunghi inverni passati a poetare, filosofare e passeggiare sui tratturi isolani, contemplando il mare e le tenaci viti sopravvissute all’abbandono, scocca l’ultima scintilla. Quella fatale: le vigne. Il destino? Francesco lo commenta così: “Niente si può cambiare / di ciò che è destinato / ma è destinato / che il destino cambi”.
L’AZIENDA. Altura: quattro ettari ad alberello basso e guyot, completamente terrazzati subito prima del faro di Punta Capel Rosso, sul versante sud-ovest dell’Isola, a ridosso del mare, con terreno sabbioso e acido. Circa 8500 ceppi/ha, radici profonde sotto le rocce, rese di 40 q.li. Trattamenti? Nessuno: “Solo letame di vacca quando si può, vinacce proprie e concimazione verde, zappatura manuale sui filari, inerbimento delle terrazze con trifoglio, fiori, erbe selvatiche e parte colture orticole con sfalci periodici”. Zolfo scorrevole qualche volta, fra aprile e giugno.
I VINI.
Sono due. Continue Reading…

Posted 2 years, 10 months ago at 09:00.

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